Hit Man di Richard Linklater, la recensione

di Tommaso De Rai

È possibile, con tempo e metodo, modificare la propria personalità in modo da cambiare se stessi? Gary Johnson, professore di filosofia all’università di New Orleans, collabora occasionalmente con la polizia locale fingendosi un killer su commissione così da permettere l’arresto di chi è disposto a pagare i suoi servizi: un giorno però dissuade una donna dall’ingaggiarlo per l’omicidio del suo fidanzato violento e se ne innamora.

Richard Linklater gira una commedia dal ritmo serrato, che ha nelle proprie svolte il proprio punto di forza assoluto, aiutato da una regia pulita e mai sopra le righe, lasciando spazio alla vicenda e ai personaggi di svilupparsi in maniera completa e profonda. Il centro di questa storia sono proprio i personaggi, quelli sullo schermo e quelli interpretati dai protagonisti della vicenda. Perché sebbene Gary si trovi a impersonare diversi assassini per guadagnarsi la fiducia dei vari committenti, la verità è che anche i personaggi intorno a lui vivono diverse vite e svelano diverse personalità. Il talento del regista sta proprio nel saperle mettere in scena tutte in maniera sempre coerente, permettendo allo spettatore di godersi uno spettacolo ben raccontato e di raccogliere gli elementi che servono a riflettere sulla domanda di cui sopra.

Linklater infatti, senza scomodare tematiche più controverse e sulle quali è richiesta un’esperienza diretta prima di poterle tematizzare, riesce a fornire un quadro preciso sul tema dell’identità, senza biasimi o pregi di sorta, descrivendo un personaggio che si concede la possibilità di uscire dai propri schematismi e trova la propria strada scoprendo chi vuole essere. Si tratta infatti di scoprire chi è dentro di noi e dargli voce, come fa Gary con Ron, il suo alter ego.

Un suggerimento a questo proposito può essere fornito dalla didascalia iniziale, che avverte lo spettatore di essere di fronte a fatti più o meno reali, richiamando quasi all’avvertimento ironico in apertura a Fargo, il film dei fratelli Coen del 1996. Come nell’America da loro descritta era importante riconoscere che persone normali in circostanze eccezionali posso rivelarsi capaci di atti impensabili, in quella descritta da Linklater viene posto l’accento sul fatto che dietro ogni volto che compone la società si possono nascondere personalità che hanno solo bisogno di abbandonare quegli schemi per esprimersi.

Presentato Fuori concorso alla 80esima Mostra di Venezia.

Voto: ★ ★ ★1/2 /✩✩✩✩