Honey Bunch di Madeleine Sims-Fewer & Dusty Mancinelli, la recensione
di Giulia Pugliese
Honey Bunch è un prodotto squisitamente asteriano (da Ari Aster), una sorta di Beau ha paura al femminile. È interessante lo spunto della commistione tra horror e romanticismo, che porta poi a una riflessione sul rapporto uomo-donna, sull’amore. La domanda centrale è: cosa siete disposti a fare per amore? Cosa siete disposti a perdonare al partner? Questa commistione potrebbe davvero, nel cinema, prendere spunti interessanti e diversi in un momento storico in cui il rapporto uomo-donna è in evoluzione, la donna ha capacità di autodeterminazione e l’uomo è sempre più in difficoltà a ritagliarsi un ruolo.
Honey Bunch racconta la storia di una donna che ha un misterioso incidente, di cui non si ricorda, viene portata in una sorta di residenza per essere curata e qui ha delle visioni di torture. Tutti in questo posto sembrano strani, anche il marito. Non si capisce se il film è ambientato nel passato o nel futuro e questo ci spiazza. La protagonista, interpretata da Grace Glowicki, è molto bella e un personaggio molto forte, ben scritto e costruito. Il film è un prodotto indie americano passato per il Sundance Film Festival.
Honey Bunch ha un packaging altamente attrattivo: fotografia anni ’60, location intrigante, design conturbante e cura del look dei protagonisti. Parte molto bene, ammaliando e intrigando lo spettatore, che rimane incollato al film per tutta la visione, visto che c’è una sorta di mistero da scoprire. L’idea del film è molto buona, ma la narrazione si perde completamente e la scoperta finale risulta una cozzaglia di cose orrorifiche e perturbanti. La centralità del film viene snaturata per ricorrere a un’idea di originalità alla Ari Aster.
Tante cose messe assieme fanno sì che lo spettatore si perda: da quell’attenzione estrema che il film aveva ottenuto all’inizio, lo spettatore si smarrisce e non capisce, specie uno spettatore della Berlinale, dov’è passato nella sezione Special che magari ha già visto tre film prima. Lo smarrimento non è per forza un sentimento sbagliato o qualcosa di negativo per un’opera; in What Does that Nature Say to You e in Tiger’s Pond abbiamo una sensazione di smarrimento, ma poi c’è un momento di raccoglimento e di disvelamento della verità che in un thriller-horror ci deve essere. Invece in questo film ci sono troppe cose e tutte troppo strane.
Rimane l’idea centrale molto buona, la prova attoriale del cast, in cui emergono i due protagonisti, che sono convincenti come coppia. La curata messa in scena è buttata via per ricercare un’originalità a tutti i costi. Va elogiata la volontà di investigare il rapporto uomo-donna in maniera diversa attraverso l’horror, un po’ come faceva Roman Polanski in Repulsion e Cul-de-sac. In un film dove, però, si resta molto interdetti. Abbiamo già detto che sembra Ari Aster?
Voto: ★★/☆☆☆☆
