Houria – La voce della libertà di Mounia Meddour, la recensione

In un universo femminile compatto e solidale, si svolge la storia di Houria (Lyna Khoudri, che si è già fatta notare in Non conosci Papicha, con cui ha vinto il premo César 2020 per la miglior promessa femminile, e in Gagarine). Houria è una promettente ballerina di danza classica che vive in Algeria, avviata verso una carriera da professionista.

Incurante del pericolo, la giovane donna, per racimolare i soldi e comprare un’auto alla mamma, gioca alle scommesse sui combattimenti tra caproni (ironici e suggestivi i nomi dati ai “combattenti”: Obama, Bin Laden e Trump) ma la sua vincita suscita l’ira di un uomo (che poi si rivela essere un criminale che viene, dopo poco, rilasciato a piede libero dalla polizia, rappresentando una nuova minaccia per la ragazza), che l’aggredisce brutalmente per recuperare i soldi della vincita, interrompendo, come conseguenza, la sua promettente carriera. Da questo momento in poi, Houria si ammutolisce e si rifiuta di parlare. Il suo corpo attraverso la sofferenza, la lenta riabilitazione fisica e soprattutto quella morale, diventa mappa e strumento di una personale geografia di rinascita, e la trama di un tessuto più ampio che riflette un paese travagliato e martoriato da guerre e regimi, omertà e corruzione, maschilismo e violenza (fino alla repressione del movimento Hirak, nato nel 2019 come protesta al regime militare del paese, poi sgonfiato dalla pandemia e dall’arresto dei suoi leader).

L’occhio sensibile della regista dona uno spessore commovente alla solidarietà e solidità femminile, a donne che, ognuna a suo modo, fanno i conti con il dolore e le vicissitudini personali trovando risorse e supporto nell’amicizia. L’automobile per cui Houria perde la possibilità di ballare da professionista, racchiude simbolicamente il senso della rinascita dalle peggiori disgrazie e aiuta la madre a riprendere a guidare; infatti come Houria smette di parlare per il trauma, la mamma aveva smesso di guidare dopo l’assassinio del marito, trascinato fuori dall’auto e ucciso.

Mounia Meddour, con una regia dinamica e coinvolgente, fondendo musica e immagini, movimento e riflessione, dipinge la condizione femminile in un paese tormentato, che offre poche possibilità di realizzazione. Uno sguardo partecipato anche alla questione dell’emigrazione e dei suoi risvolti più tristi (vista stavolta dal suo paese di origine), che coinvolge Sonia (la dolce e vivace Hilda Amira Douaouda), l’amica del cuore, ballerina anche lei, in cerca di un futuro e di una nuova opportunità in Spagna. In questo contesto la danza diventa simbolo di resistenza (o, come si dice ormai con una parola ampiamente abusata, di resilienza), il corpo e i suoi movimenti diventano l’esclusivo linguaggio attraverso cui Houria comunica il suo essere più profondo e il desiderio di rinascita. Il saggio finale diventa il canto d’amore verso la vita, l’amica, i dolori, la determinazione, in un turbine travolgente di danza, musica e un fluttuare di stoffe leggere e colorate, in una dimensione tutta al femminile insieme privata e corale.

Voto: 3/4

Mirta Tealdi