House of Gucci di Ridley Scott, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Più che brutto, House of Gucci è insignificante. Più che del camp (che c’è e non in misura esigua, ma che è pur sempre uno dei camp meno felici e solleticanti mai visti: ché il camp è un’arte ricercata e per pochi), pecca d’insipienza: peccato ben più grave dell’autentica bruttezza.

Premesso che Ridley Scott, con le parziali eccezioni del discreto ma ovviamente epidermico, manicheo e ipocrita The Last Duel e, più d’una ventina d’anni or sono, Gladiator – pellicola romanista ma efficace nella sua trucida sfrontatezza -, non ne azzecca una praticamente dai (molto) lontani tempi dei fastosi esordi, cioè a dire da Alien e Blade Runner, e che i suoi film continuano ad essere, coerentemente, tonitruanti trionfi della rozzezza più grigia ed ottundente, senza sfumatura alcuna né uno sguardo minimamente raffinato, affascinante o degno d’interesse (per capirne a fondo la zoticaggine tutta americanoide, di cui Scott è paradigmatico alfiere, basterebbe soffermarsi sulla faciloneria buzzurra e cartolinesca dell’assemblamento dei brani musicali, da Pavarotti a Caterina Caselli passando per George Michael e Bruno Lauzi: scelte non certo nuove nella carriera del nostro, che in Italia, a partire dall’orrido Hannibal, è venuto spesso e volentieri partorendo forse i suoi risultati peggiori), questo House of Gucci appare senza dubbio come uno degli opus più fiacchi, inamidati e meno ispirati della carriera tout court: un tonfo di creatività tanto prevedibile quanto egualmente sconfortante, che ci conferma con forza, qualora ve ne fosse il bisogno, un dato lapalissiano: Sir Ridley è l’unico, vero responsabile della profonda malriuscita dei suoi film.

Perché il suo, si diceva, è un cinema crasso e di pura superficie, svogliato e fasullo, da catena di montaggio: nemico di qualunque complessità (che Scott rifugge da sempre e pervicacemente, e che è guarda caso caratteristica intrinseca e predominante del reale affaire Gucci), pacchiano quando non banale, dalla forma greve e di sterile tecnica muscolare; incapace, come sarebbe lecito pretendere da un regista navigato alle prese con una simile vicenda, di qualsivoglia nuance, malizia o sottigliezza (non parliamo di sensualità!), per nulla divertente ma al contrario farraginoso ed estenuante: un cinema in cui nulla è approfondito (dai personaggi fino al décor) ma tutto è freddo e patinato, incolore e videoclippato, privo di mistero e spropositatamente diluito e tirato per le lunghe fino a raggiungere la durata monstre delle due ore e mezza più ingiustificate e maldestramente gestite da parecchio tempo a questa parte.

Qui, in particolare, l’inglese più americano del mondo, sotto i cieli plumbei e le superfici algide, metalliche e ultra-levigate dell’immancabile fotografia di Dariusz Wolski (pare di veder sempre lo stesso film), gioca a fare lo Scorsese, alternando fino alla stucchevolezza, senza saper bene come gestirle e dove condurle, una lunga serie di sequenze clamorosamente prolisse o frettolosamente tagliate, fiacche o meramente goffe (nonché lontanissime dalle sue corde e dalle sue grezze e ormai famigerate cifre stilistiche), meccanicamente accompagnate da un susseguirsi mal dosato d’infinite strizzatine d’occhio e (come sopra) da tante canzonette cool e facilissime dell’epoca: il tutto nell’azzardato, bislacco e poco genuino tentativo di realizzare una sorta di The Wolf of Wall Street chic o – in maniera a tratti forse ancora più lampante – un Goodfellas 2.0 ambientato nel porcellanato mondo dell’alta moda milanese degli anni Ottanta (epoca funesta): ma il risultato, tratto il dado, è irrimediabilmente e spaventosamente anemico e superficiale, oltre che inutile e indigesto, a tratti imbarazzante e ridicolo.

Così come è risibile e da annali dello scult la nauseante performance ai limiti del trash più plateale e screanzato del sempre sopravvalutatissimo Jared Leto, attore narciso per eccellenza qui nei panni (si presume romanzati) del Gucci cretino, il più stonato in un cast di stonati; che peraltro, a fianco di un mostro sacro come Al Pacino (che riesce a rendere epica e dolente, pur per qualche breve istante, perfino una materia così povera e scipita), il sipario cala inesorabile e impietoso (anche se le scene dei due insieme, padre e figlio, sono malgrado tutto – dare a Cesare – le uniche vagamente spiritose di un’opera congestionata di figurine caricaturali).

Meglio Lady Gaga nel famigerato e preminente ruolo di Patrizia Reggiani, e non di poco, perché attrice brava e magnetica (anche se ogni tanto eccede contegnosamente): un autentico animale da cinema in grado di trasfigurare adeguatamente la catastrofica miscela di volgarità e sguaiataggine, dolore e perversione morale cui fa da inadeguato contraltare un lussuoso e inerte ensemble di bravissimi pesci fuor d’acqua, a cominciare da uno spaesato Adam Driver che non sembra capir bene cosa stia facendo, e che appare essenzialmente come il classico rampollo smidollato in balia degli eventi.

Ci si chiede seriamente, dunque, quale fosse la reale esigenza di girare questo film, il cui amarissimo soggetto di partenza, lo ripetiamo, era materiale incandescente e non poco stimolante, capace di prestarsi ottimamente per la messa in immagini di una grande e grottesca tragedia del nostro tempo, gelida e spietata oltreché funestamente paradossale, con una creatura famelica, tentacolare ed elettrizzante come turpe centro gravitazionale che galvanizza tutto e tutti (e che qui passa quasi per vittima: sintomo di quest’era controversa), ma che nelle mani pesanti di Scott, sicuramente più a suo agio nella melmosa antichità dei polpettoni storici ai quali ci ha nostro malgrado abituati, si è trasformata nel prevedibile teatrino di pupazzi glam senz’anima né sostanza che, se proprio vogliamo, non rende onore a nessuno dei coinvolti: né alla parte offesa, né alla controparte, né tantomeno (e soprattutto) a noi, spettatori passivi di un carrozzone amorfo e aridamente kitsch, tirato via e notevolmente confuso.

Il che è piuttosto grave, considerato che, come detto, una Caporetto sarebbe stata quantomeno più esaltante, e poiché qualunque persona minimamente invogliata a scoprire qualcosa di più su questa triste e surreale faccenda non potrà che uscirne disorientata, frastornata e finanche respinta.

A volte, specialmente superata la soglia della maturità, sarebbe bene fermarsi e riflettere, prender fiato, ricaricare le pile, ché il confine fra efficienza e sciatteria è molto labile: cosa che Scott continua a dimostrarci con mesta e ineluttabile puntualità.

Una raccomandazione e una preghiera: piuttosto che vederlo doppiato, non vedetelo.

Voto: 2/4