HUMANDROID di Neill Blomkamp (2015)

 

All’idea che Neill Blomkamp sia una delle voci più rilevanti della fantascienza mainstream anglofona, ormai, nessuno storce il naso più di tanto. O meglio: se District 9 (2009) si era imposto all’attenzione come opera anomala, interessante e incisiva, giocando con la storia e il passato del Sudafrica (luogo d’origine di Blomkamp), il successivo Elysium(2013) preferiva arenarsi in un sottobosco distopico e para-hollywoodiano abbastanza ordinario.

Con Humandroid il regista riesce a trovare una sorta di punto d’incontro tra i pregi del primo film e le carenze del secondo: il terzo lungometraggio dell’autore sudafricano incarna tutte le ambizioni di un’opera (ad alto budget) sul postumano e le sue incaute conseguenze. Chappie, il robot risorto e rimesso a nuovo (è anche eponimo del titolo originale), consente a Blomkamp di lavorare sulla naiveté di un racconto bonario e ai limiti dell’indulgenza.

Un apologo sulla fiducia e sul perdono che si colloca in una Johannesburg del futuro, biunivoca quella del 1982 raccontata in District 9; qui, però, mutano i tempi e i riferimenti, estetici e culturali.

Rumorosa, violenta e scafata, Johannesburg è il teatro ideale in cui Blomkamp muove le sue pedine. C’è Deon (Dev Patel), ingegnere nerd e programmatore dei robot umanoidi che proteggono la città. C’è Mrs. Bradley, colei che i robot li foraggia, interpretata da una Sigourney Weaver troppo avvezza, ultimamente, a screen time minimo. C’è il militare cattivo interpretato da Jackman, che cova subdole vendette ma che verrà graziato dall’egida del perdono. E ci sono, soprattutto, i Die Antwoord (Ninja e Yo-Landi Visser), che caricano il film di quell’energia pastosa, pastello e past-popular che caratterizza la loro musica e il loro immaginario psico-culturale.

Tutte statuine che ruotano attorno alla figura centrale di Chappie, “umandroide” modellato su Sharlto Copley, attore feticcio di Blomkamp: ricostruito dopo essere stato scartato, il personaggio – in maniera piuttosto schematica – aderisce comodamente alla parabola narrativa per eccellenza. Ingenuo, ingannato e poi vincitore, è una sorta di Pinocchio programmabile e più dolce, alla merce’ degli uomini e delle loro inclinazioni, senza ambizioni manipolatrici, ma con tanta voglia di amare, imparare e perdonare. Senza che la componente onesta e legittima dell’esistere sia mai messa in discussione.

Humandroid è questo. Una fiaba sul post-umano, sul perdono, sulla semplicità. Lo si può odiare, o ci si può divertire. Scorrazza ma rientra subito nei ranghi, è colorato ma posato, fa vedere il sangue ma addolcisce con promesse e belle parole. Giocare di melassa, oggi, non è facile come potrebbe sembrare. Ci vuole, paradossalmente, un pizzico di coraggio e tanta volontà. Blomkamp ce l’ha. Che il film non sia così pertinente, o così roboante, però, è innegabile. 

Voto: 2/4