IL CLIENTE di Asghar Farhadi (2016)

 

Il Cliente è un thriller psicologico di Asghar Farhadi, regista iraniano classe 1972 che si è imposto all’attenzione mondiale con l’acclamato Una separazione del 2010 e con Il passato del 2013.Il film comincia con la fuga precipitosa di Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Taraneh Alidoosti), una giovane coppia di attori, dalla propria casa a Teheran. Nonostante l’emergenza del momento, a causa del pericoloso grado di sfacelo in cui si trova l’edificio, vediamo che rimane intatta una rete di solidarietà umana e sociale, per cui ci si ferma a prestare soccorso ai più deboli.

Questi valori comuni e condivisi proseguono quando un amico di teatro offre loro una nuova sistemazione, omettendo però,che la precedente e misteriosa inquilina faceva la prostituta. Da qui s’innesca la tragedia: un cliente s’introduce in casa, quando Rana è sola e indifesa, e le fa violenza.

L’azione subita però non viene mostrata, nè con le immagini nè con i dialoghi, semplicemente permea tutta la scena da qui in poi: sui volti dei protagonisti, sul non-detto, sull’attesa, sull’implosione… Come per le crepe della vecchia abitazione, non si capisce se porteranno al crollo totale o ad una restaurazione sicura. Si aspetta, in un crescendo di tensione, fino a quando Emad troverà il colpevole. Ma anche l’attesa esplosione chiarificatrice non porta alcun sollievo: il regista non prende posizione, ma frammenta le soluzioni al dramma dividendole su tutti i personaggi rappresentati. Emad vuole vendetta (o giustizia?), Rana no, sceglie la compassione, la pietas umana. Gli eventi drammatici trovano uno sbocco naturale velocemente, senza che una visione/posizione s’imponga pienamente sull’altra.

Prima parte  lenta (forse un po’ troppo), tesa verso il climax del finale. Rimane però intatto e indelebile per tutto il film il senso di  impotenza, di precarietà, di misera confusione che nessuna azione può sciogliere o illuminare. Questa nebbia di malessere si trasferisce sullo spettatore, che come i protagonisti, deve attendere, senza avere alcun supporto dal regista.

Niente è chiaro, nessun “bianco e nero”, nessun giudizio, solo un dolore soffuso e sospeso che rimanda all’etica personale di ognuno di noi.

Voto: 2,5/4