IL GRANDE E POTENTE OZ di Sam Raimi (2013)

Ormai sembra sia diventata una moda: per riproporre i classici sembra sia necessario si concludano con una battaglia. Gli ultimi, cronologicamente parlando, erano stati Alice in Wonderland e Biancaneve e il cacciatore, cui ora si aggiunge Il grande e potente Oz, prodotto dalla Disney e diretto da Sam Raimi, al ritorno alla regia dopo 4 anni dall’uscita di Drag me to Hell. Le aspettative erano altissime, ma purtroppo il risultato non è altrettanto esaltante come previsto.

 

 

Di fatto la trama è potenzialmente molto interessante, una sorta di prequel del film di Fleming del 1939, in cui viene presentato Oscar Diggs (James Franco), un illusionista di un piccolo circo del Kansas che fugge su una mongolfiera e viene portato in un mondo magico, chiamato Oz, dove la leggenda dice che solo un mago potrà riportare la pace e sconfiggere la strega malvagia.

 Una fiaba, che dopo un inizio accattivante perde d’interesse con il passare dei minuti, come se, passando dal bianco e nero in 4:3 (splendido) ai 16:9 a colori – come nel Mago di Oz di Fleming – pian piano sbiadisse l’aspetto accattivante. Dopo un incipit così ben costruito, con titoli di testa teatrali accompagnati da un sublime Danny Elfman, ci si poteva aspettare addirittura un capolavoro, anche se poi, col passare dei minuti, si è costretti a ricredersi. Colpa della sceneggiatura, più che dell’aspetto registico-estetico, in quanto i panorami e la fotografia sono a dir poco incantevoli, il 3d è ben curato e Raimi riesce a dare libero sfogo a tutta la sua abilità, mescolando fantasy e alcune punte di horror che rendono il film visivamente nettamente superiore alla media. Eppure stenta, fatica, con un James Franco non all’altezza e con un intreccio troppo verboso ed eccessivamente semplice nei dialoghi, evidentemente pensati per un pubblico molto giovane, cui è anche rivolta la zuccherosa e didascalica morale in pieno politically correct Disney style. Certo, se il target di riferimento è quello, allora si tratta di un film estremamente sopra la media, ma non appena l’età si alza, è anche lecito aspettarsi qualcosa di più. È come se Raimi avesse preso spunto da Alice e da Biancaneve, prendendo da essi il meglio – l’ambientazione, i colori e l’atmosfera – e il peggio, ossia la banalità di una storia che raramente possiede dei guizzi tali da emozionare. Di memorabile, oltre all’aspetto visivo-cromatico, resta una bambolina di porcellana (tra i personaggi secondari più affascinanti scritti in questo genere di film) e un finale meta cinematografico che innalza il livello della pellicola in maniera esponenziale. L’estetica c’è, il problema è che a tratti manca la magia.

 

Voto: 2,5/4

 

 

Lorenzo Bianchi