Il ragazzo e l’airone di Hayao Miyazaki, la recensione

di Fabrizio Guida

Vedendo Il ragazzo e l’airone si intuisce perché Miyazaki abbia aspettato 10 anni dal suo ultimo lavoro, Si alza il ventoIl ragazzo e l’airone infatti è un progetto mastodontico, complice una scrittura molto complessa e un’immersione nella cultura tradizionale giapponese, un viaggio tra il reale e il fantastico in un universo meravigliosamente ricco di contenuti che lo Studio Ghibli fa brillare di una particolare ed emozionante luce.

Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival, mentre in Italia si è visto per la prima volta durante la 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma grazie anche al contributo di Alice nella Città.

Il lungometraggio, ispirato al romanzo per ragazzi Kimi-tachi wa dō ikiru ka? (E voi come vivrete?) scritto nel 1937 da Genzaburō Yoshino è ambientato durante gli scontri, nel Pacifico, della Seconda Guerra Mondiale e narra la storia di Mahito, un ragazzino di Tokyo, che perde la madre durante un incendio notturno, proprio nella memorabile sequenza di apertura del film, grazie anche ad un notevole uso della computer grafica.

Mahito e il padre, che lavora in una fabbrica di aerei (ovviamente!), scappano dalla capitale e si rifugiano in una grande villa di campagna che da generazioni apparteneva alla famiglia della madre. Qui conosce la sua “nuova mamma”, donna che assomiglia moltissimo alla vera madre di Mahito e nuova compagna del padre. Insieme all’amorevole donna, nella villa, vivono anche sette adorabili vecchiette aiutanti.

Mahito, ancora profondamente affranto dalla perdita della madre, incontra un airone cenerino che lo tormenta, ma che anche lo distrae dal profondo dolore, guidandolo in un’avventura ultraterrena che lo cambierà per sempre.

Molteplici sono le tematiche, che con il solito spirito che contraddistingue lo Studio Ghibli, vengono trattate nel film, come ad esempio affrontare il lutto di una persona cara e le conseguenti reazioni e scelte. Il viaggio ultraterreno che Mahito compie con l’airone (che nella letteratura, arte e folklore tradizionale giapponese sono considerati come un tesoro, simboli di fortuna e di longevità, di pace e di speranza), usando come mezzo la torre del pozzo, che si trova nel giardino della villa di campagna in cui abita, si rivelerà fondamentale per la sua crescita e la sua maturazione, elementi fondamentali e necessari per la definitiva elaborazione del lutto.

La complessità dell’opera si intuisce quando inizia a far dialogare il qui e l’altrove, toccando così anche tematiche filosofiche. Se nella prima parte drammatica del film il concetto della fuga dalla guerra è evidente, anche per la velocità del tempo che scorre, la seconda parte, con l’ingresso di Mahito nella dimensione parallela il film porta alla luce concetti come il destino dell’umanità. Sottolineando anche quanto sono importanti le scelte che si prendono e come le reazioni ad eventi come un lutto così grave, possono stravolgerti la vita.

Il mondo onirico di Miyazaki, le sue creature immaginifiche, la magia che trasforma in immagini, sembrano essere in perfetta sintonia ed equilibrio con quel mondo vero fatto di umani e natura.

Inoltre la vena comica di alcune sequenza del film, grazie all’airone cenerino e alle folli creature, smorzano e alleggeriscono il dramma che anche noi stiamo vivendo insieme a Mahito.

Insomma non poteva che essere un’opera emozionante in cui quello che forse colpisce di più è il passaggio lirico tra un modo e un altro che sembra sempre naturale. Una sceneggiatura complessa che trabocca di significati, ma dove il tutto si rivela leggero e leggiadro. Questo è il sogno a cui Miyazaki ci dà il piacere di assistere. In alcuni momenti tocca addirittura vette altissime con le immagini che danzano sulle note della colonna sonora di Joe Hisaishi, il suo storico collaboratore.

Voto: 3/4