IL ROSSO E IL BLU di Giuseppe Piccioni (2012)

L’interesse del cinema nei confronti dell’istituzione scolastica è ormai un dato di fatto. Basti pensare a La classe di Laurent Cantet, Palma d’Oro a Cannes 2008  o al recente Detachment sul sistema d’istruzione americano, con protagonista Adrien Brody. E anche in Italia si è sentito il bisogno di tornare ad indagare quel micro mondo fatto di aule, banchi e cattedre (uno dei film capostipite del genere scolastico made in Italy  è sicuramente La scuola di Daniele Luchetti, datato 1995) A pensarci stavolta è Giuseppe Piccioni, con la trasposizione del sorprendente romanzo di Marco Lodoli Il rosso e il blu, edito da Einaudi. Sullo sfondo di una scuola romana di periferia si intrecciano le storie e le evoluzioni caratteriali di tre persone.

Un anziano professore di storia dell’arte (Roberto Herlitzka), amante dell’estetica del bello, che però ha ormai perso la passione per il suo lavoro ed è corteggiato da una sua vecchia alunna. Un giovane supplente di lettere (Riccardo Scamarcio) che fa del suo meglio per trasmettere agli allievi le proprie conoscenze, mettendosi in testa di “salvare” una studentessa eccentrica e ribelle che ha appena perso la madre. E una preside (Margherita Buy) severa e rigorosa, costretta ad occuparsi di uno strambo alunno trascurato dalla madre, scoprendo doti materne che credeva di non possedere. Il rosso e il blu segna il ritorno di Piccioni alla regia dopo tre anni da Giulia non esce la sera. L’intenzione del  regista ascolano è di imbastire una commedia sul mondo della scuola attraverso un racconto corale che vorrebbe trasmettere e ironia e sentimento. Ma che fallisce clamorosamente nell’intento a causa di una sceneggiatura poco ispirata, che si appoggia su facili cliché: il padre “burino” che tratta a male parole il giovane professore, lo scontro di ideali tra il giovane supplente e l’anziano insegnante, la studentessa che a distanza di anni torna a farsi viva col professore del Liceo per il quale aveva una cotta. Sebbene la presenza di attori di comprovata espressività (come Margherita Buy, attrice feticcio di Piccioni e Roberto Herlitzka; sull’interpretazione di Scamarcio , è preferibile glissare per non rischiare di ripetere il solito leitmotiv ) conferisca all’opera un pizzico di vitalità scenica, alla fine dei conti l’intreccio fatica a decollare, patendo meccanismi narrativi e svolte autoriali tipici della fiction più spicciola in stile I Liceali. C’è da rammaricarsi perché le premesse per realizzare un buon prodotto vi erano tutte, ma quello che ne risulta è una trasposizione pasticciata che scade nella fotografia sbiadita e poco veritiera di quell’universo che è la scuola.