In the Shadow of Beirut, la recensione del documentario di Stephen Gerard Kelly e Garry Keane

di Valeria Morini

Sabra e Shatila sono due quartieri di Beirut tristemente noti per essere stati il teatro di un brutale massacro compiuto dai falangisti nel 1982, ai danni di profughi palestinesi e sciiti. La tragica storia di questa area non è però limitata a quell’evento, ma continua ancora oggi come ci mostra il documentario irlandese di Stephen Gerard Kelly e Garry Keane In the Shadow of Beirut, visto all’Irish Film Festa 2024.

Si tratta infatti di una delle aree più problematiche al mondo, dove vivono per lo più profughi siriani e figli e nipoti di rifugiati palestinesi che, privi della cittadinanza libanese nonostante siano nati e cresciuti in loco, sono costretti a fare a meno dei più elementari diritti, come i documenti, un permesso di lavoro o la possibilità di prendere la patente. Sabra e Shatila sono così un inferno di disagio, povertà, droga, criminalità e assenza di igiene, problemi acuiti dalla recente crisi economica che sta attraversando il Libano e dalla tragedia dell’esplosione nel porto di Beirut del 2020. Una situazione che il doc dei due registi irlandesi spiega bene seguendo per mesi alcune famiglie residenti (Abu Ahmad e gli Abeed, i Kujeyje, i Daher, Aboodi Ziyani), tutte alle prese con giganteschi problemi economici e con vari drammi quotidiani.

Le immagini e le parole delle persone intervistate sono talmente forti e drammatiche che è impossibile non provare emozioni di fronte a In the Shadow of Beirut: al netto di qualche didascalismo, soprattutto nell’uso del ralenti, il film è un documento potentissimo, che si concentra in particolar modo sullo sguardo dell’infanzia e catapulta lo spettatore in vortice di sentimenti contrastanti, di fronte a bambini analfabeti costretti a lavorare dalla mattina alla sera, adolescenti portate a fidanzamenti precoci, giovani padri alle prese con la tentazione della tossicodipendenza. L’elemento più straziante è certamente la piccola malata che i genitori, troppo poveri, non possono neppure portare in ospedale.

La speranza per un futuro migliore è davvero flebile e il film di Kelly e Keane è un autentico pugno nello stomaco, ma anche una visione necessaria per comprendere un tassello della delicata questione mediorientale.

Voto: 2,5/4