Indiana Jones e il quadrante del destino di James Mangold, la recensione

“Non sono gli anni, amore, sono i chilometri”, diceva Henry Jones jr. in una celeberrima scena de I predatori dell’arca perduta che nel 1981 apriva la saga dedicata all’archeologo più famoso del grande schermo. Ora pure gli anni sul groppone sono tanti per Harrison Ford (80 all’anagrafe), che nel quinto capitolo Indiana Jones e il quadrante del destino torna per l’ultima volta nei panni di uno tra i personaggi più iconici della storia cinematografica, ennesimo tassello del grande puzzle con cui Disney riprende e riciccia la sua sterminata library. E la domanda che ci poniamo all’uscita da questo film (la stessa già sorta quando nel 2016 si iniziò a parlare di Indiana Jones 5, primo passo di una lavorazione travagliata durata sette anni): qual è il senso dell’operazione?

Parliamoci chiaro: dopo i risultati non proprio esaltanti del pasticciato Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, dove neppure lo stesso Spielberg era riuscito a rinverdire adeguatamente i fasti della preziosa trilogia originale, da fan le aspettative su questo quinto episodio diretto dal pur solitamente bravo James Mangold erano serenamente basse. E, anzi, questo quinto Indy non è neppure così deludente almeno dal punto di vista delle scene d’azione, coreografate meglio che in gran parte del blockbuster contemporaneo dove la creatività lascia quasi sempre il posto a un montaggio indiavolato e stordente.

Così come Harrison Ford non ha perso un grammo del suo carisma neppure con le rughe e il fisico decadente (il suo Indy, ringiovanito tramite CGI per tutta la prima parte del film, ha ufficialmente 70 anni nel resto della pellicola ambientata nel 1969). E la controparte Phoebe Waller-Bridge non è male, grintosa e ironica al punto giusto.

E allora, qual è il problema del Quadrante del destino, che cerca di frullare insieme ingredienti classicissimi del franchise (i nazisti che tornano come villain, il baby aiutante alla Short Round, gli inseguimenti, la ricerca dell’antico manufatto che stavolta è un aggeggio creato da Archimede per viaggiare nel tempo) a nuove suggestioni, come l’immagine di un Indy da pensione, segnato dalla vita, stanco e malinconico?

Torniamo alla questione che ci siamo posti all’inizio: al netto della portata commerciale di un titolo evento che si è prestato perfettamente a una campagna promozionale grandiosa da Cannes al Taormina Film Festival (del resto, la Sicilia è una delle location principali del film), non si riesce a capire il senso di un’opera che non aggiunge nulla a quanto fatto in passato e, al di là dei pregi già sottolineati, appare come una confezione senza una vera anima, un revival dalle polveri bagnate, un carrozzone pregiato dal punto di vista tecnico ma povero di autentiche emozioni, dove ai personaggi storici sono riservati piccoli camei con poco mordente, gli innesti funzionano solo in parte (quasi imbarazzante la peraltro breve partecipazione di Antonio Banderas, più efficace il cattivo Mads Mikkelsen) e la parte finale risulta davvero tutt’altro che convincente.

Neppure la presenza di Spielberg e Lucas in veste di produttori esecutivi (probabilmente più di nome che di fatto) e le musiche di John Williams riescono davvero a restituire la magia dei primi tre film.

Insomma, siamo semplicemente di fronte all’ennesimo tentativo di ricavare dall’effetto nostalgia una nuova fonte di guadagno: ormai ci siamo abituati, ma quando scegli di confrontarti con una saga che ha segnato così tanto il cinema di genere il rischio di tirarsi la zappa sui piedi è forte. Di fronte a tre film cult che, visti ancora oggi, sono sorprendentemente moderni quanto a ritmo, senso di meraviglia, genialità visiva, ma anche potentissimi nella sceneggiatura, il confronto può rivelarsi impietoso. E così è.

Ora, quale sarà il futuro del franchise, con un Ford definitivamente pensionato? Viene da pensare a una serie tv incentrata sulla Helena della Waller-Bridge, oppure con un nuovo attore che sostituisca Ford: nulla di eretico, visto che già negli anni ’90 ci fu Le avventure del giovane Indiana Jones, peraltro pioneristica nell’uso della grafica digitale sul piccolo schermo. Siamo pronti a scommettere che Disney, pensando alla maggior gradimento goduto dalle serie di Star Wars rispetto ai film, abbia già in cantiere qualche progetto. 

Voto: 2/4