Inside Out 2 di Kelsey Mann, la recensione del film Pixar

di Valeria Morini

C’è chi dice che vedere Inside Out 2 è meglio (e di certo meno costoso) di una seduta di psicoterapia. Sicuramente il film Pixar, come il predecessore, riesce nel miracolo di spiegare le emozioni e la mente umana da un punto di vista squisitamente scientifico e al contempo intrattenere il pubblico raccontando una storia coinvolgente. E se il primo Inside Out resta un capolavoro inarrivabile, anche questo secondo capitolo, pur ripetendo alcuni concetti e situazioni, regala momenti bellissimi.

Il film parte esattamente da dove la storia si era interrotta nel 2015: il “tragico” arrivo della pubertà di Rey, che scatena nuovi eventi catastrofici nella mente della ragazzina, alle prese con la fine delle medie e un impegnativo weekend in un camp di hockey che influenzerà il suo futuro da liceale. A sconvolgere l’armonia del gruppetto formato da Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia, arrivano le nuove emozioni che iniziano ad accompagnarci nel corso dell’adolescenza: sono Invidia, Imbarazzo, Ennui (ovvero la noia), e soprattutto Ansia. Ed è quest’ultima (doppiata in originale da Maya Hawke e in italiano dalla sempre più lanciata Pilar Fogliati) a costituire un contraltare di Gioia come leader del gruppo, ponendosi in contrapposizione come una sorta di “villain”. Ma, come ci insegna Tristezza nel primo film, sappiamo che ogni emozione, anche quella che ci appare negativa, ha uno scopo e una sua importanza.

Con l’animatore Kelsey Mann al debutto alla regia e Pete Docter che si ritaglia la veste di produttore esecutivo, Inside Out 2 è un ulteriore ottimo esempio della creatività di casa Pixar, capace di emozionare e stupire con un altro viaggio meraviglioso e mai banale attraverso una rappresentazione allegorica della mente che comprende trovate geniali e divertenti (e una strizzata d’occhio all’animazione “old syle”) quando non estremamente profonde e toccanti (come la suggestiva sezione dove ha le radici il Senso di Sè). L’inevitabile confronto con il primo film – che resta uno dei capisaldi del cinema del Terzo Millennio, non solo Pixar e non solo d’animazione – porta però a imbattersi in una serie di ripetizioni e reiterazioni, senza contare quanto si faccia sentire l’assenza di un personaggio forte e centrale com’era stato Bing Bong.

Al netto dei paragoni, però, Inside Out 2 è un’altra felice pagina della grande storia di creatività della “succursale” Disney che continua a produrre contenuti di qualità e, in un film non sempre perfetto, ci regala almeno un paio di sequenze formidabili oltre a una splendida parte finale in crescendo che, tra le altre cose, ci mostra in modo fantasioso ma efficace cos’è un attacco d’ansia e rappresenta una gran bella pagina di cinema. Sicuramente più leggera e divertente (ma forse altrettanto efficace) di una seduta dallo psicologo.

Voto: ★ ★ ★ /✩✩✩✩