ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores (2014)

26 ottobre 2013. Il progetto Italy in a Day, prodotto da Rai Cinema e Indiana Production, chiede agli italiani di raccontare se stessi, in quel giorno, davanti a una videocamera, nell’arco di 24 ore. A visionare e montare i 44.197 filmati inviati da tutta Italia è chiamato il regista Gabriele Salvatores, che seleziona, taglia e cuce la mastodontica mole di girato ricavandone un estratto di 75 minuti, il riassunto di “un giorno da italiani”: è nato il primo social movie della storia del nostro cinema.
Sulla carta, l’operazione, che ricalca perfettamente l’analogo Life in a Day (2010) diretto da Kevin Macdonald e prodotto da Ridley Scott (coinvolto anche in questo stesso progetto) è interessantissima. Il cinema non come esperienza artistica donata da un singolo autore alle masse, ma come prodotto delle masse stesse. Il racconto della realtà pura, condivisa grazie alla tecnologia. 

L’intelligente lavoro di montaggio di Salvatores trasforma le 2200 di ore di filmati in una cronaca che si dipana attraverso le ore della giornata, dal risveglio alla notte, accompagnata dalla coinvolgente musica extradiegetica dei Deproducers. Cosa raccontano gli italiani? Se stessi, l’amore per la propria famiglia, i piccoli gesti quotidiani, i grandi avvenimenti che in un attimo possono cambiare la vita per sempre.
E proprio qui sta il problema di Italy in a Day, il motivo per cui un’idea intrigante si trasforma in una visione capace di irritare profondamente: i contenuti. Non tanto perché immagini effettivamente suggestive (come le riprese dello spazio visto da un astronauta oppure le vastità dell’oceano raccontate da un viaggiatore solitario su una nave da cargo) si mescolano ad altre di qualità tecnica inevitabilmente peggiore.
Piuttosto perché, in questo citizen cinema, non mancano coloro che filmano la nascita dei loro figli, dichiarano il proprio amore al/alla compagno/a, “si confessano” alla videocamera esternando sogni, dolori o frustrazioni, in un mix di emozioni talmente autocompiaciuto da trasformarsi in catalogo di buoni sentimenti. Al di là delle intenzioni dei singoli, evidentemente entusiasti di prendere parte a un gigantesco ritratto collettivo, l’ottimismo e la retorica che trasudano dall’insieme sono a tratti indigesti.
Anche sull’insistenza, da parte della comunicazione del film, a rivendicare la ricerca di uno spirito nazionale e la (ri)scoperta di un’italianità (molto più marcatamente di quanto non faccia Life In A Day) è lecito sollevare perplessità e dubbi. Alla proiezione a Venezia 71, il pubblico ha riso e si è commosso con la stessa partecipazione emotiva degli autori dei filmati: perché Italy in a Day è qualcosa che agli italiani non può che piacere moltissimo. Se poi sia davvero social, e davvero “cinema”, è tutto un altro discorso.

Voto: 2/4