JACKIE di Pablo Larrain (2016)

  

Prendi una donna, bella, ben vestita, ben curata. Ponila in una decapottabile elegante e di gran classe, a fianco del marito che, si da il caso, essere il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Osservala mentre assiste inerme all’omicidio di quest’ultimo, guarda il suo tailleur rosa Chanel impregnarsi di sangue, guardala scomporsi. È una storia, quella dell’assassinio di John Fitzegerald Kennedy, che da oltre cinquant’anni continua a bussare alle menti dei creativi. Esiste una vera e propria playlist delle pellicole da somministrare a chi sia accattivato dall’evento storico. Per comprendere meglio la portata del fenomeno è sufficiente non limitarsi al cinema puro e pensare, ad esempio, al bestseller di Stephen King  22/11/’63 e alla relativa trasposizione in formato seriale del 2016. In quel caso un James Franco protagonista si poneva un interrogativo: come sarebbe stato il mondo se Lee Harvey Oswald non avesse preso in mano un fucile e sparato al presidente? In Jackie, ultimo film biografico di Pablo Larraín, il quesito è un altro. Incurante di speculazioni e complotti, l’occhio di bue illumina solo lei, Jacqueline Kennedy, e lascia gli spettatori interrogarsi sui suoi giorni dopo quel  22 Novembre.

La camera da presa la segue, obbediente. Sarà complesso, dopo la visione, scordare la forma delle sue spalle, la curvatura del  collo, la piega che prendono i capelli, acconciati all’altezza delle orecchie. Natalie Portman, candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista, esprime egregiamente il carattere dicotomico della First Lady. La sua voce ovattata e suadente quando davanti alle telecamere mostra alla televisione gli abbellimenti orgogliosamente apportati da lei alla Casa Bianca, contrapposta al tono risoluto e disilluso della vera sè stessa. Quella che confessa ai bambini la morte del loro padre, quella che marcia accanto alla bara del marito, quella che, tra una sigaretta e l’altra, racconta la sua verità a Theodore White, giornalista del magazine Life, nel loggiato della villa in Massachusetts. Espediente, quest’ultimo, che farà progredire la narrazione cinematografica in continui flashback.

Lorrain, regista cileno che nel 2016 ha riscosso grande successo a Cannes con Neruda, dirige il suo primo film in lingua inglese  che, oltre alla nomination della Portman, ottiene quella per i migliori costumi e la migliore colonna sonora. Le composizioni originali di Mica Levi sono un elemento chiave del racconto, il ritmo marcato e grave della musica orchestrale, nonostante sia prevalentemente extradiegetica, sembra sovrastare la mente affollata di Jackie in un momento in cui, per lei, tutto perde di senso e la maestosa robustezza della White House, luogo che chiamava casa, si contrappone alla fragilità degli animi di coloro che la abitano.

La persona di Jackie è declinata nel suo rapporto con il cognato, con la segretaria, con i figli. Ma il culmine della sua trasparenza lo raggiunge nei dialoghi con un sacerdote sul senso della vita. Perchè, in un universo di ricostruzioni storiche e biografiche sul mandato Kennedy, il merito da attribuire a questa pellicola è quello di procedere in una climax ascendente, dove da un discorso su meri fatti ci si eleva a riflessioni sulla caducità dell’esistenza, chiedendosi se e come reagire davanti alle tragedie della vita, e scontrandosi, in ultima istanza, sulla nostra, profonda, inoccultabile, umanità.

Guarderemo un tailleur rosa Chanel con gli stessi occhi?

Voto: 2,5/4

Martina Ibba