John Wick 4, la recensione del film con Keanu Reeves

A cura di Francesco Pozzo

Le avventure di John Wick incarnano il meglio del cinema d’intrattenimento contemporaneo.

Andando con ordine: il primo tassello della quadrilogia – secco, snello, senza fronzoli, elegante e stilizzato – si fa notare facendo tesoro di mezzo secolo di cinema (di tutto il cinema, non solo d’azione), primariamente dei balletti di morte e della danza della violenza – che sarà poi di The Raid – di John Woo ed epigoni, creando un mondo solido, fertile, convincente: un universo a sé stante perennemente bagnato da neon psichedelici e luci stroboscopiche dei più svariati colori con logiche ferree e nettamente delineate che rappresenta appieno l’esatto opposto dell’infecondo e nato morto multiverso tanto in voga nell’attualità, incassando – fattore determinante per le ciniche e ineludibili logiche hollywoodiane – abbastanza bene al botteghino; si realizza un immancabile sequel ancora più cool, più grosso, più crudo, più sanguinolento e in definitiva migliore, con un ispirato Riccardo Scamarcio e la splendida matrona coatta di Claudia Gerini che, a metà strada fra Seneca e le vestali di Satana di Harry Kümel, si dà la morte tagliandosi le vene nell’acqua vaporosa delle Terme di Caracalla (scena memorabile): gli incassi raddoppiano; terzo round: si compie nuovamente il miracolo: la cornucopia luculliana d’armi minuziosamente assortite supera ormai la caricatura, e l’incasso sale fino a superare i 300 milioni di dollari (!): la qualità – pur con qualche lieve e inevitabile attimo di cedimento – resta invariata; i caratteristi, uno più brillante dell’altro e tutti fulmineamente definiti, lasciano il segno (menzione speciale per il prematuramente scomparso Lance Reddick – attore sopraffino: ancora non ci capacitiamo di questa tragica notizia -, Mark Dacascos e l’ovviamente immenso, meraviglioso Ian McShane), e, soprattutto, la tattile concretezza dell’azione rocambolesca e luminescente, senza limiti né contegno (chiave di lettura, fin dal principio, dell’intera operazione), viene portata allo step successivo: ad inediti, vertiginosi livelli di estro ipertrofico che, senza un attimo di tregua e senza mai esaurire idee, creatività al fulmicotone e guizzi sorprendenti, segna l’immaginazione collettiva con stunt e set pieces stupefacenti e dilatati fino allo stremo (a partire dai combattimenti nelle labirintiche sale degli specchi, fra Orson Welles e I 3 dell’Operazione Drago).

Insomma, più che una canonica saga, una scheggia impazzita: un’autentica anomalia all’interno del caotico, ampolloso, asfittico e immiserito panorama del cinema mainstream della contemporaneità incontrastabilmente dominato – e quasi soggiogato, se non castrato – da casa Marvel, dove la secchezza d’immaginario regna e contamina indefessa, i segni e il linguaggio del cinema latitano completamente e i sequel si afflosciano visibilmente quattro volte su cinque sia come introiti che – soprattutto – come effettiva riuscita.

Ma veniamo al dunque: se questo nuovo capitolo – diretto per la quarta volta, naturalmente, dall’ormai guru dell’action Chad Stahelski – può sembrare a prima vista un pelo più ozioso degli altri (mai meno che divertente, comunque), forse in maniera speculare ad un Keanu Reeves sempre più malinconico e dolente, roccioso ma visibilmente stanco e assai provato, presumibilmente prossimo al crepuscolo (?) e ad un legittimo esaurimento nervoso, con l’incedere dei minuti (e con l’accumularsi delle opere d’arte: innumerevoli e disseminate ovunque) cresce piano piano – dimostrando ancora una volta che chi l’ha realizzato ha sapientemente interiorizzato la fondamentale lezione che il cinema si fa con la memoria del cinema: si parte col fiammifero di Lawrence d’Arabia e si termina con l’onnipresente Sergio Leone e col romanticismo cavalleresco del già citato John Woo: The Killer su tutti – fino ad assestarci un segmento finale, fra una sparatoria nel cuore del traffico notturno sullo sfondo dell’Arc de Triomphe e una corsa contro il tempo percorrendo tutta Parigi sul fare dell’alba, che è una cosa semplicemente impressionante, sbalorditiva, pazzesca: un capolavoro di slow burn e virtuosismo ipercinetico durante il quale ci si domanda seriamente come abbiano potuto realizzare certe sequenze, rendere i raccordi così precisi, gli effetti così invisibili, i movimenti così fluidi, chiari e credibili (non vedrete più la scalinata di Sacré-Cour con gli stessi occhi: una delle tante intuizioni geniali).

E non possiamo che provare una forma di mesta compassione per tutti quegli stolti che guardano il dito confondendo il reale con il cinema – e assegnando al cinema funzioni e compiti che questo non possiede affatto – riempiendosi la bocca di parole azzardate come Gun pornography (quando in sala è tuttora disponibile la vera, effettistica pornografia del dolore che è il The Whale di Darren Aronofsky…), se è vero (e lo è) che questi film sono l’epitome e la sublimazione definitiva di ciò che è (anche) il cinema, ossia la trasfigurazione delle fantasie che non potremmo e (grazie a Dio, nel caso specifico!) non vorremmo mai mettere in pratica ma che, nella loro vorticosa e adrenalinica implausibilità che sfida ogni logica e raziocinio, così smaccatamente votata e consacrata ad una giocosa, scellerata e contagiosa impossibilità, ci eccita osservare voyeuristicamente se non – mi si passi il termine – feticisticamente sullo schermo (si spera il più grande possibile); così come è pretestuoso e fuori luogo equiparare John Wick a un mero “videogioco”, essendo questo un milieu popolato da personaggi in carne ed ossa con un vissuto tangibile ed emozioni universali che accomunano noi tutti e con le quali è facile appassionarsi e identificarsi come potrebbe accadere con i protagonisti di un qualunque dramma o una delle tante, spesso scadenti epopee fantasy macina-miliardi.

Tirando le somme, suscita in chi scrive molta più genuina meraviglia, autentico stupore ed estatico appagamento la folle e animalesca fantasia delle coreografie dello spettacolo molto consapevole di sé stesso di questo franchise (ma non solo: perché stavolta c’è anche, parlando appunto di sentimenti, un’accorata meditazione, già latente negli scorsi excursus, sul tempo che passa, sulla morte che si sconta vivendo, sulla solitudine e sui fantasmi del passato che non ci abbandonano mai) che – con tutto il rispetto per uno degli uomini che ha appena salvato l’industria, ça va sans dire – nelle pur ammalianti chimere acquatiche di James Cameron.

E troviamo finanche giusta l’importante durata di 169 minuti, definita da alcuni (pochi, fortunatamente) estenuante: critica riservata in parte anche ai tre episodi precedenti che francamente non comprendiamo, in quanto è proprio la parossistica e maniacale protrazione dell’azione all’infinito, la sua ossessiva e sempre più ingegnosa, ricercata, sfrenata, delirante ed esagerata coazione a ripetere, lo scarto che gli consente di fare il giro elevandolo al di sopra della trita e anodina banalità – quella sì, estremamente noiosa e frustrante – degli insipidi action movies odierni (stesso discorso che facemmo al tempo per il bellissimo Mad Max: Fury Road), strappandoci il sorriso decisivo nel momento in cui si potrebbe effettivamente pensare di esser prossimi alla saturazione.

Lecito domandarsi cosa serberà il futuro per l’ormai leggendario Baba Yaga, ma, almeno per il momento, non è dato saperlo: intanto, prendiamone e godiamone tutti.

Voto: 3½/4