Ketticè, la recensione del film di Giovanni Tortorici

Di Francesco Pozzo

“Let’s jerk off.”

Ricordo ancora bene l’epifania di questa frase. Di questo specifico momento. Delle infinite possibilità che spalancò al me adolescente alla scoperta di sé. Fu tellurico.

Era uno scambio di Les Roseaux sauvages, immenso capolavoro di André Téchiné. Fu lì che capii cosa il cinema poteva essere: libertà, possibilità, pensiero, desiderio, ricerca di senso. In una parola: umanità. Fu un’epifania, appunto: di quelle che ti segnano per sempre. Perché quegli adolescenti nei quali una parte di me voleva forse identificarsi erano sì oppressi dall’ombra minacciosa e sempiterna del fascismo, ma anche (o ancora) liberi, vitali, autentici, desiderosi di esperienze di vita. Qui, invece, ‘vita’ diventa una delle tante parole deprivate di senso e reiterate all’infinito. Tutti si chiamano così: ‘vita’, ma la vita sembra essere altrove, irraggiungibile chimera.

Quella di Ketticè, secondo film di Giovanni Tortorici, è infatti una gioventù spenta sul nascere, bloccata, nata morta da una crisi di valori, persa in uno spazio liminale di eterni loop e funerei riti (le canne, le risse, il sesso da consumare perché si deve, le unghie pittate di blu che pescano meccanicamente sigarette in serie, una dopo l’altra): un’infinita, mortificante coazione a ripetere. Gioventù, più che bruciata, immobilizzata: zombificata. Spia di un disagio vero e irreversibile (?).

Questo è un film senza dubbio antitetico a Diciannove, prima opera per il cinema di Tortorici, che era un ritratto barocco, frammentato, favolosamente italiano di un adolescente sui generis il cui montaggio e stile (brutta parola da cancellare) rispecchiava perfettamente il suo atipico protagonista: sghembo, imprevedibile, inclassificabile. L’adolescenza di questo nuovo film, contrariamente, è scientificamente, tristemente, tragicamente classificabile. Epitome di un vuoto, paradigma di uno smarrimento antonioniano: di uno stallo. Una situazione di stasi. E la scuola, popolata da figurine autoriferite, frustrate e/o sottopagate che si ergono altezzosamente al di sopra degli abulici ragazzi, non può che inaridire e deteriorare le cose.

È un film da vedere (e rivedere) assolutamente, questo, perché racconta di noi, di ciò che siamo stati e di quello che potrebbero essere i nostri figli: e che ribolle della materia viva dell’esistere. Quanti momenti di vita ho ritrovato, infatti, esattamente come li ho vissuti: gli agghiaccianti staterelli su Facebook, l’abissale tenzone Berlusconi-Travaglio (c’ero, purtroppo: un momento spartiacque, quello in cui si gettò definitivamente la maschera), l’epifania per la giovane prof. di ripetizioni, e (tanto) altro ancora.

Tortorici parla di ciò che conosce, e sa raccontare in una maniera fulgida, perfetta e cristallina la giovinezza e certi stati della vita (l’atarassia, l’ennui, il desiderio, la rabbia informe dell’adolescenza). Già in Diciannove, perdendomi nella meravigliosa sequenza del volto dell’inquieto e sperso protagonista solcato da una solitaria lacrima mentre ascolta sull’iPad Giacomo Leopardi recitato da Arnoldo Foà (anche qui, cose millimetricamente vissute), mi era chiarissimo.

Ketticè è senza dubbio – forse inconsciamente? Chissà – debitore di Nicholas Ray (figli perduti; genitori orribili o inesistenti), e, anche se a prima vista c’entra poco o nulla, ricorda parecchio, per la maniera in cui mette eccezionalmente in scena un vuoto di ideali e di senso, quella psichedelica messa da requiem del sogno americano che era Spring Breakers. E questa nuova, sorprendente attrice, Rachele Testagrossa, è sublime, perfetta. Perché non possiamo avere, nel cinema italiano, attrici o attori così? Veri, trasparenti, che parlano una lingua che conoscono, lontani da ogni ridicolo birignao. La cosa manifesta è che, in una Venezia (molto) sottotono, questo era l’unico titolo che doveva esserci. Ma non è troppo tardi, perché è al cinema. Cercatelo, scopritelo, innamoratevene. Fidatevi.

Voto: ★★★½/☆☆☆☆