Killers of the Flower Moon, la recensione del film di Martin Scorsese

A cura di Francesco Pozzo

Nascita di una nazione, Scorsese Edition.

Che possiamo dire, di Martin Scorsese? Tanto per cominciare, come ricordato giorni fa via social dall’illustre collega che non necessita d’introduzioni Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, semplicemente, è il più grande regista vivente. E già qui, potrebbe chiudersi la questione. Ma sarebbe ingiusto, perché il da poco ottantenne genio italoamericano, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi che s’affaccia non di rado malamente alle porte della terza età (almeno per quanto concerne la loro arte), riesce puntualmente in quel miracolo elettrizzante che accomuna invero una quantità estremamente sparuta di filmmakers: a superarsi. A far sì che noi, spettatori d’ogni latitudine, possiamo immancabilmente confidare che il film migliore sia quello che deve ancora venire.

E si badi bene, ché repetita iuvant: stiamo parlando dell’uomo che ha diretto Toro scatenato, Taxi Driver, Quei bravi ragazzi, L’età dell’innocenza, L’ultima tentazione di Cristo, Casinò, The Wolf of Wall Street e altre pietre miliari che hanno cambiato radicalmente il linguaggio del cinema e la vita di generazioni di cinefili e non; tuttavia, è impossibile non constatare anche in questa occasione che, giunto a questa fase della sua esistenza e della sua lunga e rilucente carriera (con una poliedricità quasi kubrickiana nell’affrontare pressoché ogni genere esistente adattando il suo stile e le modalità di narrazione alle esigenze della materia trattata), confermando le tendenze di un percorso avviato nel 2016 con Silence (probabilmente il suo capolavoro più sottovalutato, se non totalmente incompreso), il maestro, divenuto ormai a tutti gli effetti un grande saggio che ha visceralmente a cuore la trasmissione del sapere, specie per le nuove generazioni, pare aver parzialmente accantonato se non definitivamente dismesso quella fibrillazione, quella rabbia incendiaria, animalesca e al fulmicotone (uno su tutti: Mean Streets) che ha lungamente contraddistinto il suo cinema onnivoro (che affondava le radici nella Nouvelle Vague per trovare negli anni una poetica inconfondibilmente sua) per approdare, come esemplifica questo bellissimo, shakespeariano film sulla contagiosa e pervasiva banalità del male, ad una semplicità raccolta: ad un passo rilassato e ad un’intima pacatezza, ad un piacere di fermarsi e soffermarsi, di indugiare sul dettaglio e sulle più impercettibili minuzie del maestoso affresco che va man mano dipingendo (importante, anche in questo senso, dopo le tre ore e mezza di The Irishman, la durata analoga di questa pellicola: e ringraziamo a questo giro Apple, dopo Netflix, per l’assoluta libertà concessagli per portare a compimento tutto questo) che è – relativamente, per l’appunto – cosa nuova nella sua filmografia, ed eloquente circa una dimensione che pochi uomini di cinema possono ambire a raggiungere.

Killers of the Flower Moon mette in scena senza filtri o infingimenti d’alcun tipo i crimini aberranti perpetrati sotto una patina rassicurante e imbonitoria dagli uomini bianchi ai danni della popolazione Osage, divenuta sorprendentemente benestante grazie alla scoperta del petrolio (inevitabile pensare, difatti, al Petroliere di andersoniana memoria, quantomeno come setting ed epoca in cui si svolgono i fatti). Già, gli Osage: i cosiddetti “pellerossa” degli innumerevoli western con cui siamo cresciuti (anche sensazionali: basti pensare a Ford o ad Hawks: pare, non a caso, che Scorsese abbia mostrato alla troupe, fra i titoli scelti come fonte d’ispirazione prima dell’inizio delle riprese, Il fiume rosso), biecamente spolpati da individui come il William ‘King’ Hale d’un De Niro puparo perverso che irretisce nella tela del male lo stolido nipote Ernest Burkhart (DiCaprio, nell’ennesima prova sensazionale del suo magnifico percorso): una delle più infide e mefistofeliche incarnazioni dell’anima nera dell’America che si siano viste su schermo: presenza oscura, tentacolare e demoniaca che sostanzia icasticamente ciò che Scorsese sembra continuare a ribadirci, da diverse angolazioni, da tempo, ovvero che tutto ha condotto all’America di Donald Trump: e che l’America odierna (discorso già toccato nel notevolmente meno riuscito Gangs of New York e magistralmente sondato da Tarantino nel meraviglioso The Hateful Eight) nasce proprio lì, nel sangue, nella sopraffazione, nella morte: nel capitalismo selvaggio legato a doppia mandata a quel razzismo endemico che è il cancro capillare di cui la società contemporanea è intessuta e imbevuta, e che contamina implacabile il nostro tempo e il mondo teoricamente moderno, evoluto e illuminato in cui ci è dato vivere.

Scorsese alterna stupefacenti squarci lirici come il rogo che tinge il cielo di tonalità arancioni memore del Fleming di Via col vento (probabilmente la sequenza più bella in assoluto: quella dove sono solo le immagini a parlare) a un afflato epico reminiscente di certo cinema di DeMille e del Cimino dei Cancelli del Cielo, nonché, a tratti, si diceva, di John Ford, ispessito da una ieraticità tragica e compassata debitrice di Kurosawa (splendide le sequenze di placido abbandono alla morte dei membri della comunità Osage): e anche se non siamo dalle parti del perfetto, metafisico e confidenziale The Irishman (tuttora, a detta di chi scrive, la vetta più elevata del suo corpus filmico, a braccetto con Toro scatenato), è francamente arduo rimanere indifferenti, al di là dei già enormi meriti sopracitati, dinnanzi allo spettacolo monumentale che il cineasta imbastisce, e che trova il culmine nei sussurri e nei sussulti della complicata, indefinibile e bizzarra storia d’amore che lega i due protagonisti – è tutta lì, l’impossibilità di comprensione e la distanza fra la sensibilità dei nativi e l’istinto prevaricatore dell’uomo bianco – e, soprattutto, nella straordinarietà assoluta della performance della scoperta Lily Gladstone, un’attrice semplicemente sublime capace di far vibrare le corde dell’anima con uno sguardo in tralice o attraverso un semplice, accennato sorriso (sì: è indiscutibilmente nata una stella).

Il film ha l’andamento di un immenso fiume terso le cui onde s’increspano ciclicamente, e che trova la sua forma esemplare nella tenuta sbalorditiva del ritmo virtuosistico messo a punto dal regista e da Thelma Schoonmaker (il sodalizio più proficuo e inscalfibile della storia del cinema): nell’impressionante capacità di bilanciare, delineando personaggi opachi e spesso mostruosi eppur dotati d’uno spessore ambiguo e vitreo, lunghi momenti di stasi e fulminei lampi di violenza: di soffermarsi su ogni singolo componente del racconto carpendo perfettamente (e questo è davvero un unicum, nella storia del medium) la spiritualità e la cultura del popolo che rappresenta mediante l’uso sopraffino degli strumenti della tragedia e dell’ironia, del mélo che s’intreccia all’elegia western, del gangster (poteva mancare?) che si coniuga al cinema d’impegno civile e che sfocia nel mito, investigando con classicità e sapienza temi attualissimi, pregnanti e d’importanza capitale – oggi più che mai – come l’inclusione, la sempre più periclitante e vituperata tolleranza, la mancata convivenza fra i popoli, il suprematismo bianco, il pericolo costantemente alle porte del predominio etnico e dei genocidi – basti pensare alle tragedie immani che accadono in questi giorni in Israele e agli ineffabili orrori della scellerata invasione russa dell’Ucraina: mai così forte l’urgenza dei grandi registi di aprirci gli occhi su dove stiamo andando, si veda anche la minaccia nucleare ribollente nel grandioso Oppenheimer –, senza però mai lasciarsi guidare o peggio sopraffare dall’invasività del Tema, dall’Idea: cioè a dire da tutto ciò che è altro rispetto al cinema. In una parola: dalla bile prevaricatrice e screanzata, quando non violenta, dell’agenda senza pensiero della sbracata America post-Me Too, tanto giusta negli intenti quanto maldestra e coatta nella puntuale disattesa di questi e nell’odio scriteriato, umorale e dalle spinte maccartiste che ne è seguito.

Perché qua dentro non troverete mai slogan populisti tanto cari alla politica nostrana e ai trumpismi di tutto il mondo, banalità trite o formule semplici per menti poco pensanti e cervelli scarsamente vivaci, bensì la nostra Storia in tutta la sua densa, dolorosa e scivolosa complessità: chi siamo e da dove veniamo. E ci troverete tutto il cinema, dagli albori del muto (che lucente meraviglia, l’introduzione alla civiltà Osage) fino ad un finale superlativo, emozionante, palpitante, con un cameo tanto pregnante quanto inaspettato che non vi riveleremo.

Grazie, zio Marty, per averci ricordato ancora una volta cos’è l’epica. Con calma, senza fretta, col rigore, la conoscenza, il rispetto e la nettezza dei maestri veri.

Martin Scorsese. Il più grande regista vivente. Che Dio l’abbia in gloria.

Voto: 4/4