BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE di Álex de la Iglesia (2010)

 Potenza del 2.0 e del pubblico appassionato: finalmente arriva nelle sale Ballata dell’odio e dell’amore, Leone d’Argento a Venezia 2010, grazie agli appelli accorati e costanti dei fan che, con una martellante campagna via web, hanno attirato l’attenzione sulla pellicola riuscendo a trovarle una distribuzione italiana.

Fortunatamente, perché Balada triste de trompeta (questo il titolo originale, che la traduzione scempia, ignorandone l’importanza anche dal punto di vista della narrazione) è un’opera dai molti meriti, primo fra tutti quello di sollevare il panorama spesso piatto o deludente delle uscite cinematografiche, grazie alle sue atmosfere grottesche e suggestive.

 

 

Álex de la Iglesia (La comunidad, El día de la bestia) costruisce uno struggente e divorante carosello circense, appoggiandosi alla figura complessa ed evocativa del clown e sfruttandone i due aspetti maggiormente disturbanti, la malinconia e la mostruosità, per raccontare la sua Spagna, dilaniata prima dalla guerra civile e poi dalla dittatura franchista. Fin dai titoli di testa, mosaico postmoderno che alterna le figure chiave del cinema horror a immagini di repertorio agghiaccianti, si manifesta la doppia anima dell’opera: omaggio appassionato al genere orrorifico e ritratto storico di un Paese in ginocchio.

Due clown si contendono la bella acrobata di un circo: il goffo Javier, il pagliaccio triste, apparentemente inetto e sottomesso ma dall’animo bruciante dal desiderio di riscatto umano, e il violento Sergio, ferino, dispotico, straordinariamente bravo a divertire i bambini. Due anime di una Spagna spaccata: la ribellione soffocata nel sangue, repressa, la dittatura, imperante, apparentemente incontrastabile. Due belve feroci, l’una assetata, ruggente, l’altra sopita, in attesa di un risveglio che porterà il caos.

La trasformazione di Javier, un vero e proprio enfreakment postorganico, incarnato in una dissezione schizofrenicamente programmata del corpo, è affidata a una sequenza mistica che assume l’aspetto di una delirante santificazione. Mentre i telegiornali sullo sfondo raccontano prima la storia della Spagna (la fine della guerra civile, l’attentato a Carrero Blanco) e poi quella della follia del pagliaccio triste, si compie la sua ascesa nel nome della vendetta, quella stessa vendetta agognata dal padre, clown ribelle ucciso in un cantiere franchista .

In quello stesso cantiere, tra gli scheletri dei prigionieri della dittatura, si consumerà lo scontro finale tra Javier e Sergio, una sequenza memorabile, e debitrice di Hitchcock (già “saccheggiato” da de la Iglesia nell’altrettanto vertiginoso finale di La comunidad), sui bracci dell’altissima croce di pietra costruita per volere del Caudillo con il sangue dei ribelli.

Un’opera monumentale come la croce che compie il destino del tragico triangolo, megalomane, barocca eppure splendida, struggente come quella Balada triste de trompeta che, cantata da un clown cinematografico, fa da colonna sonora alle pene di Javier.

Un circo degli orrori terribile e umanissimo, metafora trasognata di una Spagna ferita che (come già nel bellissimo Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro) ama travestire da mostri i suoi aguzzini.

 

Voto: 3,5/4