La Bête di Bertrand Bonello, la recensione

Nostro personale colpo di fulmine alla Mostra di Venezia numero 80, La bête è la consacrazione definitiva del regista francese Bertrand Bonello, che firma un’opera difficilmente appetibile per il grande pubblico ma che potrebbe imporsi come una pietra miliare del cinema contemporaneo. Cinema larger than life, quello di La bête, già nella durata torrenziale (150 minuti) come nella sublime interpretazione di una Léa Seydoux semplicemente grandiosa. Al suo fianco George MacKay che ha preso il posto della prima scelta, il compianto Gaspard Ulliel, e che si conferma un attore dal talento cristallino.

Il film abbraccia tre epoche diverse, che si alternano e si intrecciano: il 1910 (quella direttamente connessa al romanzo La bestia nella giungla di Henry James da cui il film è liberamente tratto), il 2014 e il 2044. In un futuro prossimo è possibile avviare la “purificazione” del proprio Dna eliminando il dolore e le emozioni: per quanto riluttante, Gabrielle accetta di sottoporsi alla procedura e rivive così le sue vite precedenti, rispettivamente nei panni di una donna affascinata da un giovane corteggiatore nella Parigi altoborghese del primo Novecento e di un’aspirante attrice francese a Los Angeles.

Intricato ed enigmatico, La bête è un viaggio seducente quanto inquietante che stordisce lo spettatore e lo mette alla prova in un vero e proprio tour de force visivo/narrativo, un labirinto di riferimenti al cinema, al passato e all’attualità (impossibile cogliere tutti gli spunti in una sola visione) dove il fil rouge è la paura insita nell’animo umano, l’imminenza di una catastrofe, il bisogno di sentimenti come unica salvezza. 

Se alcuni aspetti di questo futuro distopico ci ricordano il periodo della pandemia, è davvero interessante il richiamo a temi contemporanei come l’ossessione per la chirurgia plastica, la subcultura incel e soprattutto la questione dell’intelligenza artificiale e delle sue possibili implicazioni, un argomento attualissimo che si inserisce in pieno nel grande dibattito che sta animando il mondo dei media. Con perfetto tempismo, il film è stato presentato in un’edizione della Mostra di Venezia segnata dall’assenza delle star hollywoodiane in sciopero: tra le ragioni della protesta, proprio il rischio che l’IA condizioni pesantemente il lavoro degli attori e degli sceneggiatori.

In un cortocircuito di simbolismi e rimandi davvero complesso, Bonello decostruisce la realtà sfruttando tutti gli strumenti che il cinema mette a disposizione: mixa i generi, manipola l’immagine e la narrazione, passa dal dramma d’epoca alla fantascienza, dal thriller al surreale, in un straordinario caleidoscopio che sconvolge, emoziona, fa riflettere, dove Lynch incontra Leos Carax, Resnais, Kaufman, Black Mirror

In definitiva, un mélo densissimo e sontuoso sull’amore, la solitudine e le paure costantemente proiettato sull’orlo di una catastrofe (l’alluvione, il “Big One”) e si poggia sulle spalle di una magnifica Léa Seydoux, mai così bella e brava, con la macchina da presa che si sofferma più volte sul suo viso da bambola (termine non usato a caso, visto l’importanza dell’elemento delle bambole nel film: e sarebbe bello analizzare possibili parallelismi teorici tra La bête e Barbie di Greta Gerwig).

Quello di Bonello è Cinema con C maiuscola, che in tempi di visioni distratte ci mette alla prova chiedendoci un notevole sforzo di concentrazione e riflessione. Cinema che parla di rivoluzione digitale ma anche di nostalgia vintage (la capsula del tempo costituito dalla sala da ballo), che ci mette in guardia da una possibile disumanizzazione salvo poi dirci di prendere il cellulare per visionare i titoli di coda proiettati con il QR code. E se in realtà il futuro raccontato da Bonello fosse già qui e ora?

Voto: 3,5/4