LA FORESTA DEI SOGNI di Gus Van Sant (2015)

 

L’edizione del 2015 del Festival di Cannes ha segnato il ritorno sulla Croisette di uno dei migliori cineasti americani contemporanei: Gus Van Sant, accompagnato da un cast d’eccezione composto da Matthew McConaughey, Naomi Watts e Ken Watanabe. Il film era attesissimo dalla critica e dal pubblico e tutti i giornalisti, dai più blasonati ai meno, non si sono lasciati scappare l’occasione di dire la loro, anche perchè il film esce nelle sale italiane a quasi un anno di distanza dalla presentazione al Festival. Nel frattempo, è stato distribuito negli States e in altre nazioni, da noi l’uscita era prevista per ottobre dello scorso anno, ma per alcuni controversie la Lucky Red ha dovuto posticipare fino ad ora.

Le troppe aspettative possono disorientare e magari poi rendere il giudizio finale inferiore rispetto a quello che effettivamente dovrebbe essere, in questo caso c’è anche da dire che il Sig. Van Sant ci ha abituati a capolavori di alto livello (Paranoid Park, Scoprendo Forrester, Will Huntig – Genio Ribelle, Gerry, Elephant...) quindi le alte aspettative sono giustificate. Proprio per questo, probabilmente, il film è stato accolto abbastanza male dalla critica, che ha deciso di stroncarlo.

Sicuramente presenta delle falle e delle imperfezioni, ma credo fortemente che sia stato esagerato e anche fuori luogo definirlo il peggior film in concorso lo scorso anno, banalissimo o da mani nei capelli, data anche la presenza di film come Chronic (Michel Franco), Marguerite e Julien – La leggenda degli amanti impossibili (Valérie Donzelli) o Louder Than Bombs (Joachim Trier), di certo non superiori. Peggio ancora è stato mettere in dubbio Gus Van Sant. Giudizi esageratamente severi da parte di chi probabilmente si aspettava un capolavoro e si è trovato di fronte “solo” un buon film. Ci troviamo di fronte un Van Sant diverso dal solito, ma questo non implica che sia un Van Sant qualitativamente non valido. Le tematiche non sono cambiante, ciò che è cambiato probabilmente è la lente con cui il regista guarda e da un significato al dolore e al lutto, ben diverso dal modo in cui lo espresse in L’amore che resta e allo smarrimento come viaggio interiore, tematiche trattate in Gerry.

Van Sant fa iniziare il viaggio di Arthur Brennan (Matthew McConaughey) nella foresta di Aokigahara, luogo misterioso ed esoterico situato alle pendici del Monte Fuji  in Giappone, dove la gente si reca per concludere il loro percorso di vita e lasciarsi morire e “trasportare” da quel mare di alberi. Durante tutto il film siamo sommersi da flashback che ci aiutano a ricostruire il passato di Arthur e a farci capire i motivi per i quali ha preso la decisione di non godere più della vita e andar incontro alla morte. Scopriamo infatti che pochi mesi prima ha perso sua moglie Joan, interpretata da una sempre bellissima Naomi Watts. Era un matrimonio difficile, in via di declino, colmo di recriminazioni reciproche; ad aggravare le cose ci si mette anche la malattia da cui viene colpita Joan e da cui si salverà, per poi morire in un modo oggettivamente davvero assurdo. Elemento questo troppo prevedibile e che ha aumentato notevolmente il giudizio negativo della critica, che non si è rabbonita nemmeno davanti ad un finale con un colpo di scena che prova a portare un po’ di “magia”.

Arrivato nella foresta, Arthur cerca di perdersi e smarrire il sentiero cercando un luogo dove fermarsi e far sì che la morte sopraggiunga (causa sovra dosaggio di pillole assunte), ma proprio in quel momento succede qualcosa, vede un uomo malridotto che vaga disperso nella foresta. Il giapponese Takumi (Ken Watanabe) è lì da due giorni, è mal ridotto e cerca un modo per uscire da Aokigahara, ma il sentiero che conduce all’uscita sembra essere svanito, la foresta sembra girare e cambiare, non lo lascia uscire. Date le condizioni di Takumi, Arthur mosso da buon cuore, cerca di aiutarlo a trovare la strada e allo stesso tempo è affascinato da quell’uomo, dalla sua cultura e dopo una serie di vicissitudini i due rimarranno insieme “fino alla fine”.

“Questo è quello che voi chiamate purgatorio”, così descrive Takumi la foresta di Aokigahara. Questo luogo ha un po’ lo stesso significato che l’Isola ha in Lost, è un luogo di vita e non vita, un luogo di passaggio e di riflessione, dove soltanto chi riuscirà a ritrovare ciò che ha perso troverà anche il modo per uscirne vivi. Molta gente va lì per morire, è vero, ma altrettanti cambiano idea e cercano un modo per uscire, ma è la foresta che decide in base al percorso interiore che si è affrontati attraversandola.

Cosa c’è che va e cosa c’è che non va? Credo fermamente che sia un film dove poesia visiva e spiritualità si fondano e vengano messi in luce dalla magnifica estetica con cui Van Sant si è espresso per tutto il film, in particolare durante le scene nella foresta dove regna silenzio e  claustrofobia, silenzio che viene interrotto solo dal rumore del vento tra le foglie e dalle violente piogge, o come succede anche da sibili lontani che Takumi dice essere spiriti.

È evidente una buona sceneggiatura, arricchita da un discreto finale e da una accademica (forse troppo) interpretazione dei personaggi da parte degli attori, che comunque non sbagliano mai durante i dialoghi, a tratti ben costruiti e articolati, in particolar modo nella foresta (come il racconto davanti al falò) e a tratti noiosi e fin troppo ripetitivi, specie nei litigi di coppia. In sostanza la struttura narrativa potrebbe funzionare a pieno, se non fosse per l’altro lato della medaglia. Il problema più grande de La Foresta Dei Sogni è la prevedibilità, mascherata dall’assurdo, con cui si richiamano le scene e il comportamento, in relazione alle situazioni, dei personaggi. Anche il colpo di scena finale, sembra quasi che Van Sant cerchi di farlo intuire allo spettatore per tutto il film. Per non parlare, chiaramente, della morte palesemente scritta di Joan per via dell’incidente con l’ambulanza. È tutto troppo intuitivo e ben montato. La spiritualità che si manifesta nelle immagini e nei monologhi non si verifica poi nelle tematiche, trattate un po’ in maniera superficiale.

Pro e contro di un film dove quello che spicca di più è la cura della fotografia e dell’estetica ben curati dal regista. Visivamente è davvero una piacevole visione. In sostanza Van Sant ha cambiato qualcosa, sicuramente in peggio allontanandosi dai bei tempi di Gerry, film tra i suoi che subisce sicuramente più richiami da La Foresta dei Sogni, ma questo non vuol dire che il film non sia buono. Probabilmente se lo avesse girato prima dei suoi capolavori, non se ne sarebbe parlato così male. Se non merita una visione questo, allora mi chiedo cosa meriti davvero una visione, ci sono evidenti momenti di buon cinema. È un film per un pubblico un po’ meno cinefilo e pretenzioso di noi e, ancora meglio, potrebbe invogliare anche un avvicinamento a pellicole migliori e più complicate del nostro buon vecchio Gus.

Voto:2,5/4