La mia famiglia a Taipei di Shih-Ching Tsou, la recensione
di Giulia Pugliese
Taiwan è una nazione con una sua cultura cinematografica, che è fiorita soprattutto tra gli anni ’80 e i primi 2000. Tuttavia la crisi con la Cina non aiuta un mercato cinematografico, che a oggi appare fragile e anche spesso orientato a raccontare questa volontà di indipendenza. Taiwan è un mistero, certo non si può negare l’influenza cinese, che emerge anche in questo film, come la forte volontà di rimanere una regione democratica. Il suo cinema è da sempre molto interessate e spesso focalizzato a raccontare storie personali che poi diventano chiavi di lettura del Paese.
La mia famiglia a Taipei parla di una famiglia di donne che ogni giorno lottano per riuscire a stare a galla: quattro generazioni a confronto, con differenti valori e problemi. Il film ha un’estetica da cinema indipendente americano: telecamere a mano, corse in motorino, colori acidi e vicinanza ai corpi e ai volti dei personaggi. Shih-Ching Tsou è la moglie e la produttrice di uno dei principali registi contemporanei, che ha fatto della sua cifra stilistica l’essere un regista indipendente: Sean Baker. Adesso che per questo film lui è produttore, sceneggiatore e montatore, si sente la sua influenza nell’opera. La mia famiglia a Taipei ha anche un cuore e uno sguardo a misura di bambino con la giovane e bravissima interprete Nina Ye. Spesso, è proprio nelle società con più contrasti, dove c’è meno attenzione agli ultimi, che i bambini, in questo caso inconsapevoli, soffrono di più. I-Jing non si rende conto di essere trascurata e sembra la reginetta del mercato all’aperto di Taipei: spensierata, gira tra i banchi del mercato e si diverte da sola, come può.
Il film trova la sua cifra stilistica in questa commistione tra sensibilità del neorealismo italiano e nuovo cinema indipendente americano, ma è un film che parla in tutto e per tutto di Taiwan e ci offre uno spaccato reale ed unico. La centralità delle donne ci fa pensare al cinema europeo e ai grandi melodrammi di Pedro Almodóvar e François Ozon. In La mia famiglia a Taipei si ride anche: il dramma c’è, ma ha una funzione catartica e liberatoria.
Taiwan è sullo sfondo e non ci sono richiami alla situazione politica, ma si vuole raccontare, partendo da una storia familiare, le contraddizioni di un paese diviso tra tecnologia, tradizione e come queste tradizioni siano ancora oggi così pesanti. La famosa influenza cinese emerge con il desiderio delle coppie che cercano ancora l’erede maschio a svantaggio delle figlie femmine. Questo ideale si proietta in tutta la società e fa sì che le donne non vengano considerate allo stesso livello degli uomini. Le tradizioni possono avere vari aspetti soffocanti e I-Jing ne sarà vittima, ma saprà ribaltarle a suo favore.
La sorella maggiore, I-Ann, interpretata dalla brava Shi-Yuan Ma, è una ribelle che non accetta di aver buttato via la sua vita, i comportamenti di sua madre nei confronti di suo padre e le convenzioni di una società così legata alle apparenze, ai soldi, al successo e alle tradizioni. I-Ann si trascina tra il lavoro e la relazione con il suo capo, che usa per lavorare meno o avere turni migliori, senza riuscire a migliorare la sua vita e a vedere una via di uscita. I-Ann è una sorta di Anora taiwanese: pensa a vendersi, vede nel denaro la salvezza, disprezza la madre per dare valore al lavoro e le convenzioni sociali. Alla festa di una sua compagna di classe del liceo scopriamo che I-Ann era la più brava della scuola; tuttavia, appena dei ragazzi le danno della prostituta, lei corre via, dimostrando che fuori dal suo contesto sociale non è poi così sicura e si sente inferiore alle persone che hanno soldi.
Rimane il dramma di un Paese che, per quanto progredisca tecnologicamente e continui la sua lotta per la democrazia, non riesce a progredire nell’emancipazione femminile: emerge una società maschilista, dove si va avanti per espedienti e dove gli ultimi rimangono tali, specie se commettono errori. Ma è proprio quando le protagoniste smettono di pensare alle convenzioni sociali e a che cosa penseranno gli altri di loro che riescono a dare il meglio e a ricostruire la loro famiglia disfunzionale.
I-Jing non riuscirà a conservare la sua ingenuità, ma otterrà una maggiore attenzione da parte delle donne della sua famiglia e potrà godersi di più la sua infanzia.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
