LA REGOLA DEL SILENZIO di Robert Redford (2012)

locandina-la-regola-del-silenzioQuando Frantic incontra Come eravamo. Così si può riassumere in breve la trama dell’ultima fatica di Robert Redford, La regola del silenzio, ritorno del sempre biondissimo fondatore del Sundance Film Festival dietro la macchina da presa. L’ultrasettantenne Redford veste, poco verosimilmente, i panni di un avvocato, vedovo e curiosamente padre di una bambina di appena undici anni, che attira l’attenzione di un giovane reporter in seguito all’arresto di una terrorista ricercata da trent’anni dall’FBI. Il reporter scopre che sotto la facciata impeccabile dell’avvocato si nasconde un vecchio amico della terrorista, accusato insieme a lei e ad altre due persone di una rapina con omicidio, costringendolo a una rocambolesca fuga alla ricerca di una prova di innocenza.

A un intrigo in realtà molto più lineare e scontato di quanto vorrebbe essere, si aggiunge l’elemento sociopolitico che il regista, da buon liberal, non si fa mai mancare: il gruppo terroristico sotto accusa è quello realmente esistito dei Weather Underground che durante la guerra del Vietnam organizzò attentati contro il governo americano per protestare contro la mattanza in terra orientale.

Riproponendo quella che sembra una stanca caricatura del suo personaggio nel già citato Come eravamo, Redford gioca a fare il radicale convertito che abbandona i propri ideali in onore della famiglia, abbracciando l’età adulta, in contrasto con l’ex fidanzata, irriducibile fricchettona ed eterna ragazzina, che si ostina a contrabbandare erba a Big Sur. I cliché del thriller si accumulano uno dopo l’altro: dalle ricerche affannose del giornalista rampante che con la sua scaltrezza oscura l’FBI, all’intervento provvidenziale di ex compagni recalcitranti ma tutto sommato collaborativi, per una durata di oltre due ore francamente insostenibile. A un Redford rinsecchito e davvero troppo anziano per il suo ruolo, si accompagna, disgraziatamente, un pessimo Shia LaBeouf, più irritante che mai nei panni del saccente, inarrestabile reporter. Insopportabile anche Anna Kendrick nell’ennesimo ruolo della ragazza-tallieur in carriera. Un cast di comprimari stellari, ma decisamente sprecati, prova ad alzare un po’ il tono: da Susan Sarandon a Brendan Gleeson, passando per Nick Nolte, Stanley Tucci, Richard Jenkins, Chris Cooper e Julie Christie, una serie di nomi promettenti ma tutti relegati a brevi o brevissime apparizioni. Un film vecchio, non solo per l’età del suo autore-protagonista, a tratti retorico e dal ritmo che va infiacchendosi (come Robert dopo le numerose corse cui si sottopone), di cui francamente non si riesce a capire l’utilità. Forse Redford ha nostalgia del passato, ma sarebbe preferibile ricordarlo “come era”.

 

Voto: 2/4

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