La teoria del tutto di Timm Kröger, la recensione

di Tommaso De Rai

Il multiverso è certamente uno dei temi di tendenza del momento nel mondo del cinema, ma nel caso di La teoria del tutto l’approccio a questa forma narrativa è molto diverso. Johannes Leinert è un dottorando in fisica che insieme al suo professore si reca ad un convegno nelle Alpi svizzere. Il relatore principale non si presenta e la circostanza si trasforma in occasione d’incontro con la comunità scientifica e di svago. Mentre Johannes cerca di guadagnare il rispetto del suo professore per la teoria che sta approfondendo per la sua tesi, riguardante il multiverso, incontra e si innamora di Karin, una musicista, ma presto le montagne si fanno teatro di una serie di misteri difficilmente spiegabili.

Nel suo secondo film Timm Kröger si fa carico di un tentativo molto ambizioso: far aderire forma e contenuto in un’opera sul multiverso. Il film si apre con una sequenza televisiva a colori anni ’70, per poi lasciare spazio ad uno splendido bianco e nero e a uno stile da noir anni 40, accompagnato da una colonna sonora eccellente.

Nelle scene iniziali lo spettatore può trovarsi spaesato, ma certamente affascinato da questa narrazione. Ben presto ci si rende conto che la tesi di Johannes è solo una trama che fa da sfondo a un’avventura che attraversa diversi generi cinematografici, dalla storia d’amore al thriller e all’horror, fino alla fantascienza, ovviamente.

Attraverso i generi cinematografici e le epoche della storia del cinema, così come diversi livelli temporali all’interno della storia stessa, Timm Kröger confeziona quindi un’opera narrativamente complessa che funziona e intrattiene molto bene per tutta la fase iniziale, ma che si scontra anche con la difficoltà di tirare tutti questi fili in maniera unitaria verso il finale, che risulta meno coinvolgente nonostante le premesse.

Voto 2,5/4