La trama fenicia di Wes Anderson, la recensione

di Valeria Morini

Un magnate spregiudicato e una figlia suora devota con rossetto e unghie laccate, un’avventura intricatissima, Bach, Mussorgsky e Stravinsky che si accompagnano alle musiche originali di Alexander Desplat: il cinema di Wes Anderson ci offre un’altra variazione del suo stile inconfondibile con La trama fenicia, che vede Benicio Del Toro alla guida di un cast stellare (tra gli altri, Michael Cera, Tom Hanks, Benedict Cumberbatch, Scarlett Joahnsson e Mia Threapleton, figlia di Kate Winslet). Dal deserto americano del precedente Asteroid City, passiamo a un immaginario paese mediorientale negli anni 50.

Il regista di origine texana da diversi anni (almeno da Gran Budapest Hotel) ha virato verso una cinematografia meno narrativa e più incentrata sulla forma e sull’immediata riconoscibilità di ogni singolo frame dei suoi film: le sue inquadrature simmetriche, oltre che un marchio d’identità, sono ormai un tormentone e per molti il surrealismo dolceamaro dai colori saturi e la dimensione cartoonesca delle sue commedie stralunate sono ormai tratti distintivi di una cinematografia tutta giocata sul piano formale più che su quello contenutistico.

È innegabile la virata, forse definitiva, dell’autore verso un manierismo un po’ fine a se stesso, ma La trama fenicia è, prima ancora che un bell’esercizio di stile, la storia della costruzione di un rapporto tra un padre e una figlia, e il Zsa Zsa Korda di Del Toro è uno dei tanti anti-eroi andersoniani, genitore imperfetto come i vari Royal Tenenbaum e Steve Zissou. È nello sviluppo di questo legame che il regista tira fuori tutta la tenerezza e la poesia del suo cinema che sostanzialmente, da sempre, ruota attorno al medesimo argomento: la famiglia, per lo più disfunzionale, disgregata eppure alla disperata ricerca di amore, certamente raccontata con spunti autobiografici (Anderson ha affrontato la separazione dei genitori e oggi è padre di una bambina, avuta con l’artista Juman Malouf).

Anderson continua a tornare su questa tematica proprio perché, da autore puro e sempre fedele se stesso, parla di quello che sa raccontare meglio: attorno a questo nerbo, ne La trama fenicia sviluppa un intreccio ispirato al cinema esotico degli anni 50, un racconto tra commedia e spy story a dir poco complicato che nella sua allegoria frulla politica, religione e colonialismo e rende il film farraginoso e non semplicissimo da seguire.

L’immaginazione del regista è però senza fine e l’impianto visivo è come sempre straordinario, con passaggi tra colore e bianco e nero, momenti altamente suggestivi (come le scene bibliche), una cura quasi ossessiva per l’abbondanza di dettagli che riempiono le inquadrature e scenografie fiabesche che gridano l’amore per un cinema analogico e artigianale. Insomma, il suo è un cinema dove un impianto barocco, fantasioso e visibilmente fittizio incanta e lascia a bocca aperta alcuni spettatori con la stessa facilità con cui ne irrita altri. Ma sotto questa coltre batte un cuore e la dolcezza della scena finale è innegabile.

Nella stesura del soggetto Anderson ha collaborato con l’ormai sodale Roman Coppola, mentre il direttore della fotografia non è il solito Robert Yeoman ma il francese Bruno Delbonnel.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.

Voto: ★★½/☆☆☆☆