LA ULTIMA PELICULA di Raya Martin e Mark Peranson (2013)

 Sebbene qualcuno periodicamente si avventuri in apocalittiche affermazioni sulla morte del cinema, l’attuale ottimo stato di salute della settima arte non sembra preludere a decessi imminenti. Il dato storico certo e ineludibile è invece il trapasso della pellicola a favore del digitale. E’ in questo cruciale momento di transito che il filippino Raya Martin e il canadese Mark Peranson hanno girato la loro Ultima Pelicula, titolo di apertura della sezione Onde al 31° Torino Film Festival.

 

In quello che si rivela essere un mockumentary dal taglio spiccatamente sperimentale, un cineasta americano giovane e molto ambizioso (Alex Ross Perry) visita le rovine Maya di Merida, Yucatan, in cerca di un set ideale per il suo ultimo film. Quello che egli preannuncia come l’atto estremo del suo percorso artistico di autodistruzione, può però rappresentare anche l’ultimo film in assoluto realizzato dal genere umano. Il 21 Dicembre è alle porte, e proprio come l’avvento del digitale ha scompaginato il corso della storia del cinema, un impatto planetario sembra poter fare lo stesso con la civiltà contemporanea.

Sicuramente interessante sul piano teorico e formale, La Ultima Pelicula evidenzia qualche limite nella costruzione dei molti rimandi interni ai modello di riferimento: il leggendario The Last Movie di Dennis Hopper e il documentario sulla sua realizzazione The American Dreamer. Se nel 1971 Hopper realizzava un autentico esperimento di cinema lisergico, fuori da qualsiasi controllo produttivo ed esprimendo la totale coincidenza tra arte/cinema e vita, l’operazione di Martin e Perenson appare estremamente costruita e inevitabilmente lontanissima dal contesto irripetibile della controcultura anni ’70. Una evidente vena di autoironia percorre tutto il film, in passaggi provocatori come lo sberleffo al genio di Orson Welles o la citazione, senza effetti speciali digitali, di Apocalypto. Non basta questo però per sollevare il film dalle secche di un compiaciuto velleitarismo autoriale, a volte esasperato. Suggestivo, comunque, il finale sulle note di Me and Bobby McGee

 

Voto: 2/4