L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, la recensione
di Giulia Pugliese
“Per un Brasile migliore!”
La complessità della storia e della cultura del Sud America è difficile da circostanziare, ci ha provato Eduardo Galeano con Le vene aperte dell’America Latina, ci prova il cinema dei paesi latini sempre più attento nel voler analizzare la sua storia per comprenderla, digerirla e farla entrare nel comune sentire, per andare avanti e creare delle società migliori. Tuttavia L’agente segreto si toglie da queste logiche, perché è un film che non vuole metabolizzare la violenza del regime autoritario militare che ha governato il Brasile tra gli anni ’60 e gli anni ’80, ma vuole denunciare il clima di disinteresse verso quella parte di storia brasiliana.
Il film già dalla prima scena mostra le sue intenzioni, qualcosa che a tutti è evidente, ma che si fa finta di non vedere, una marcescenza e una putrefazione che non è solo del corpo che vediamo, ma dell’intera società.
Il film è ambientato nel 1977. Marcelo, interpretato da Wagner Moura, è un ex direttore di un complesso universitario che si ribella alle logiche del regime, senza essere un eroe e senza essere un militante, semplicemente per portare avanti quello che ritiene giusto e difendere la sua famiglia. Le conseguenze sono che Marcelo deve continuare a scappare da un posto all’altro, abbandonando suo figlio, perché è braccato da alcuni sicari assoldati dall’uomo che ha offeso.
A contrapporsi alla terribile società brasiliana, un manipolo di pochi rifugiati, come si definiscono loro. Questi rifugiati sono vecchi, stranieri, omosessuali e perseguitati dalla polizia di regime, la leader di questo gruppo, donna Sebastiana, anziana signora con una vitalità incredibile, è interpretata da Tânia Maria, grandissima scoperta dei film di Filho. Questo gruppo è fatto da emarginati, outsider e persone che il regime ritiene nemici, tutto quello che gli circonda è strano e diverso dal pensiero comune.
L’agente segreto crea intrecci thriller, spaziando tra la storia familiare, l’horror, il surreale e la denuncia politica. Stratifica, amplifica e costruisce sopra la storia, crea una sovrastruttura oltre questa. Lavora sull’immaginario cinematografico dell’epoca: Lo squalo, L’esorcista e Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo, ma anche sull’immaginario del Brasile, un paese dove la vita scorre comunque, anche se la morte lo circonda. Il cinema di Kleber Mendonça Filho è tutto un tributo al suo Paese e alla gente diversa che lo popola, l’amore incondizionato del regista verso la sua terra emerge anche se ne racconta il peggio.
L’agente segreto trova una costruzione che si muove tra il surreale e l’iperrealismo, costruendo un percorso tortuoso, dove lo spettatore deve entrare con cautela, destruttura, trasforma, trova nuovi modi di racconto, ma non per questo rende più facile quello che si vede, anzi semmai è più difficile, perché viene vivisezionato, analizzato e messo nel microscopio. Non è propriamente un film che racconta il regime, ma l’opera ricrea il clima oppressivo di questo e lo fa rivivere allo spettatore.
Kleber Mendonça Filho non cerca concertazioni sociali, non cerca di assimilare la violenza del regime, ma attacca, fortifica il suo discorso attraverso il linguaggio cinematografico, per aiutare la società brasiliana a capire l’incomprensibile, mettendo anche in scena l’assurdo e il non-sense. La violenza principale del film non è quella del regime, dei sicari, dei corrotti e dei balordi che si fanno assoldare per niente, ma quella delle nuove generazioni brasiliane che sembrano assolutamente disinteressate a quel pezzo di storia. Allora il film ci mostra come tutto si trasforma, tutto cresce e tutto va avanti per inerzia, senza soffermarsi sulla storia dei padri. La domanda principale è: come la società brasiliana farà i conti con quella storia, se non la vuole ascoltare?
L’agente segreto è un film amaro, che risulta tale anche se inventa nuovi linguaggi cinematografici e usa il realismo magico, la narrazione non viene alleggerita da questi elementi, ma anzi resa ancora più densa, per raccontare quello che molti sanno già, ma con cui non vogliono fare i conti. Il cinema brasiliano, detentore dell’Oscar a miglior film straniero per Io sono ancora qui di Walter Salles, risulta ancora maggiormente vitale e ricco di novità. L’agente segreto è il film totale su come si possono raccontare i regimi con durezza, senza dimenticarsi che siamo al cinema e creando storie, personaggi e narrazioni in un mondo cinematografico che ci parla del reale, a volte mostrandocelo e a volte portandoci altrove, costruendo altri modi di racconto. Wagner Moura si conferma, dopo Civil War, uno degli attori più interessanti sul panorama internazionale. Ultima performance di Udo Kier, nei panni di un perseguitato, ma in un’epoca diversa.
Voto: ★★★½ /☆☆☆☆
