L’amante dell’astronauta, la recensione: cosa resta del cinema queer negli anni della diversity?

di Giulia Pugliese

È una lunga storia (d’amore) quella tra il cinema e l’omosessualità, che nasce ben prima dell’etichetta data dalla critica cinematografica B. Ruby Rich di New Queer Cinema nel 1992, per definire l’ondata di film a tematica gay di quel periodo. Già nel 1930 Marlene Dietrich baciava una donna vestita da uomo in Marocco e in Improvvisamente l’estate scorsa (1960), senza mai dire la parola gay, scopriamo che il protagonista, interpretato da Montgomery Clift, viene linciato perché adesca ragazzi adolescenti con l’aiuto della cugina, Liz Taylor. All’inizio i gay sono macchiette, amici dei comprimari per far ridere, poi il cinema gay diventa più politico, porta istanze della comunità, anche in film commerciali come Philadelphia (1993) o in film di autori asiatici come Ang Lee ne Il bacchetto di nozze (1993). Diventa tratto distintivo di tanti registi che sono gay e che lo vogliono portare sullo schermo: Pedro Almodóvar, Rainer Werner Fassbinder, Todd Haynes, Francǫis Ozon e Ferzan Özpetek. Fino ad arrivare ad una nuova generazione di registi queer che investigano l’omosessualità già nell’età infantile o adolescenziale, il tema del corpo e i sentimenti, come Xavier Dolan, Céline Sciamma e Andrew Haigh, che hanno un modo diverso di fare cinema, guarda alla società e alle relazioni, che li distingue dai loro predecessori.

Cosa rimane del cinema queer, ora che la tematica è così tanto normalizzata, adesso che in tutte le serie Netflix c’è un personaggio omosessuale? Cosa rimane del cinema queer negli anni della diversity?

L’amante dell’astronauta di Marco Berger è stato lanciato come una commedia gay felice e spensierata, giustamente va verso una normalizzazione e una non-conflittualità di questa tematica, ma mette in scena una società, quella argentina, dove personaggi giovani e agiati sembrano ossessionati dall’orientamento sessuale di Pedro (che ha il volto bello e sorridente di Javier Oràn), tanto che al loro primo incontro, dopo molti anni dall’essere stati in colonia assieme, Maxi (Lautaro Bettoni) dopo i convenevoli di rito, gli dice “quindi adesso sei gay? Non sembri gay”. In sostanza in scena, c’è un ragazzo gay che non lo sembra e un ragazzo etero, a cui le sue ex dicono che sembra gay e anche per lo spettatore è così. I due ingaggeranno una sorta di gioco, corteggiamento, sfida che poi si trasformerà in una scommessa dicendo al gruppo che sono una coppia.

Il regista ci fa subito presente quali sono i suoi riferimenti mostrandoci una ragazza con una macchia sulla pelle, un ragazzo gay e un ragazzo etero, in una dinamica che ricorda Matthias & Maxime di Xavier Dolan. Questo riferimento è evidentemente importante per Marco Berger perché lo palesa subito e lo riprende in più parti del film per esempio nell’ambientazione di un gruppo di amici in vacanza e quando Pedro e Maxi si fanno riprendere, mentre si baciano.

La regia “naturale” senza fronzoli e con semplicità mette in scena le provocazioni, a tratti esagerate, di Maxi nei confronti di Pedro, in un gioco che spesso sembra crudele, ma dove in realtà pare evidente che il primo è più in difficoltà del secondo, nel non riuscire ad ammettere di essere attratto da un uomo. Le scene dei due che giocano e amoreggiano potrebbero essere quelle di un film d’amore, solo che c’è sempre una sorta di giudizio nello spettatore e nelle persone che incontrano. Tuttavia i dubbi di Maxi vengono trattati in maniera superficiale, come se lui fosse problematico, quando in realtà andrebbe fatta non solo un’investigazione sociale, ma anche psicologica di un personaggio che forse ha da sempre rifiutato la sua identità sessuale, è confuso dalla sua nuova identità o è solo spaventato.

Anche il personaggio di Pedro sembra rincorrere lo stereotipo del ragazzo gay che a tutti i costi vuole scoparsi un etero e tanto da uscirne spesso umiliato. Per essere un film che vuole scardinare certi pregiudizi, ci sembra che invece li porti avanti, con il personaggio che ha un piccolo moto di ribellione solo alla fine. L’amante dell’astronauta, focalizzandosi così tanto sulla storia d’amore/d’amicizia di Pedro e Maxi, perde l’individualità dei due personaggi, rendendoli funzionali solo nel loro rapporto.

Quando ci si avvicina a prodotti come questo bisogna svestirlo e allontanarlo dal packaging queer e chiederci indipendentemente dalla tematica: è un film interessante? Dice qualcosa di nuovo? La parte interessante la dà proprio l’occhio dello spettatore nel chiedersi chi è gay e chi è etero, ma forse la giusta domanda è, hanno ancora senso le etichette sessuali? E non è gravoso vivere in un mondo in cui tutto porta un marchio? È un film che nelle tematiche si riferisce a Xavier Dolan, ma nella messa in scena della creazione di un intimità si rifà a Andrew Haigh: lunghe chiacchierate, confessioni e la scoperta dell’altro, senza però avere lo stesso spessore dei due cineasti citati. Tuttavia, L’amante dell’astronauta trova nella leggerezza il suo pregio più grande, e anche il suo maggiore difetto; è così leggero che colpisce poco, alla fine risulta una rom-com senza sapore. Il finale con tentativo di depistarci, però riesce e fa bene al cuore.

Voto: ★ ★ /☆ ☆ ☆ ☆