Le bambine di Valentina e Nicole Bertani, la recensione: un promettente esordio che omaggia gli anni 90

di Valeria Morini

Dopo gli anni 70 e gli 80, il revival dei 90 è il nuovo trend del grande schermo (e di quello piccolo: pensiamo ad Hanno ucciso l’Uomo Ragno e al suo sequel Nord Sud Ovest Est). Un passato vicino e ancora vivido, eppure per certi versi lontano anni luce: pre-social, pre-smartphone, pre-Google, genuino e materialista. Un esempio è Le bambine, opera prima di finzione delle sorelle mantovane Valentina e Nicole Bertani. La prima aveva già diretto il documentario La timidezza delle chiome sui gemelli Benjamin e Joshua Israel, che hanno un piccolo ruolo anche in questo film.

Siamo a Ferrara nell’estate del 1997, quella in cui abbiamo detto addio a Gianni Versace e Lady Diana. La piccola Linda, 8 anni, deve lasciare la casa svizzera della ricchissima nonna (Cristina Donadio) e trasferirsi in un appartamento nella città emiliana con la madre Eva (Clara Tramontano), viziata, volubile, evidentemente dedita ad abitudini poco salutari. Il condominio è un microcosmo chiuso e abitato da personaggi sui generis, in cui però Linda trova un’inaspettata amicizia con le quasi coetanee Marta e Azzurra, alle prese con genitori abbastanza assenti e presi dai loro capricci (Jessica Piccolo Valerani e Matteo Martari). Insieme, e con il sostegno di Carlino, babysitter queer (Milutin Dapcevic), le tre bambine formano un gruppo affiatato che si difende dal mondo esterno e dagli egoismi e dalle fragilità degli adulti, in quel percorso straordinariamente difficile che è la crescita.

Le Bertani vengono dal mondo dei video musicali, della pubblicità e della grafica, e si vede: il loro è un cinema colorato, eccentrico, pazzoide, giocato su un linguaggio audiovisivo sovrabbondante, a tratti grottesco. La trama è invece in gran parte autobiografica, direttamente ispirata all’infanzia vissuta dalle due sorelle. Il titolo internazionale è Mosquitoes, ovvero “zanzare”, come le protagoniste vengono più volte chiamate quasi fossero dei piccoli esseri da “scacciare” e lasciar crescere da soli (se ci pensiamo, un quadro diverso dalla genitorialità talvolta iperprotettiva dell’era contemporanea).

Sin dai titoli di testa, il film promette un viaggio assolutamente accurato e visceralmente pop nel passato, di cui non solo sono funzionali gli accenni agli eventi storici di quell’anno, ma anche gli spazi di questa periferia monotona eppure in qualche modo fiabesca, elementi evocativi (come il Tamagotchi o i gelati dell’epoca), la colonna sonora tra Ligabue e Battiato, Children e Maracaibo.

I personaggi sono macchiette volutamente esagerate (anche se talvolta molto riuscite, vedi Carlino), con lo scopo di rappresentare un universo adulto denso di ipocrisie, difetti, vizi, carenza di affettività, raccontato dal punto di vista delle tre bimbe, peraltro ognuna con una personalità differente e ben disegnata da una sceneggiatura spregiudicata e surreale.

Tra i D’Innocenzo e Sorrentino, Le bambine è un coming of age crudele fatto di glitter, ginocchia sbucciate, serate in discoteca e oscenità, una “favolaccia” divertente dai colori saturi. Un debutto decisamente interessante, in crescendo, dove va necessariamente citata la bravura eccezionale delle giovanissime interpreti Agnese Scazza, Petra Scheggia e Mia Ferricelli.

Presentato in concorso al Festival di Locarno 2025.

Voto: ★★½/☆☆☆☆