Le bambine, intervista a Valentina e Nicole Bertani: “Vi raccontiamo colori e suoni degli anni 90, ma senza nostalgia”
A cura di Nicolò Barretta
Presentato in concorso al Festival di Locarno 2025 come unico film italiano selezionato, Le bambine segna l’esordio nel lungometraggio di finzione delle sorelle Valentina e Nicole Bertani. Ambientato nell’estate del 1997, il film segue tre bambine alle prese con amicizie, paure, scoperte e incomprensioni, osservando il mondo adulto da una prospettiva ironica, libera e profondamente autentica. Tra memoria autobiografica, dark comedy e racconto di formazione, Le bambine costruisce un universo visivo e narrativo personale, in cui l’immaginazione dell’infanzia diventa lo strumento privilegiato per rileggere il passato e interrogare il presente. In occasione dell’uscita in sala a partire da giovedì 11 giugno, abbiamo avuto modo di chiacchierare con le registe.
Le bambine è stato presentato come unico film italiano in concorso al Festival di Locarno. Che valore ha per voi questo traguardo?
«È stato meraviglioso scoprire di essere le registe dell’unico film italiano in concorso. Amiamo molto il Festival di Locarno, che da sempre seleziona e lancia opere d’autore contemporanee, spesso fuori dagli schemi e formalmente audaci.
Un regista che apprezziamo profondamente, Saverio Costanzo, vi presentò proprio il suo esordio Private. Un giorno ci disse: «Esordire a Locarno porta fortuna». Noi speriamo davvero che abbia ragione».
Il film si costruisce interamente sullo sguardo dell’infanzia, ma anche sulla cecità degli adulti. Come è nata questa idea e come avete lavorato per restituire l’autenticità del punto di vista infantile?
«La scelta di aderire completamente al punto di vista delle bambine è stata radicale. Le bambine è una dark comedy raccontata da ex bambine che osservano altre bambine. Ci interessava restare alla loro altezza, senza introdurre uno sguardo adulto, nemmeno il nostro.
Durante la scrittura, la co-sceneggiatrice Maria Sole Limodio è diventata una sorta di terza bambina accanto a noi. È stato un percorso che ci ha portate a confrontare ricordi, sensazioni ed esperienze personali, interrogandoci continuamente su ciò che avevamo vissuto.
Tra noi si è creato un autentico legame di sorellanza che ha dato forma a una sceneggiatura che non definiamo semplicemente femminile, ma femminista. E mentre lavoravamo al film ci siamo rese conto che una storia così radicata negli anni Novanta, e segnata dai traumi della generazione adulta di quel periodo, poteva assumere una dimensione universale. È un racconto nato da un’esperienza personale, ma capace di parlare agli eterni bambini e agli adulti che guardano indietro con rimpianto».
Il vostro stile è esplosivo: una regia fisica, magnetica, quasi sensoriale. Come avete pensato la costruzione visiva del film?
«Dal punto di vista tecnico il film è piuttosto complesso. Quando abbiamo consegnato la lista delle attrezzature, la nostra aiuto regista ci disse che normalmente nel cinema non si utilizzano tutti quei mezzi. Noi veniamo dalla pubblicità e dal videoclip e siamo abituate a sperimentare: quel commento ci fece sorridere.
Avevamo idee molto precise. Volevamo che la macchina da presa seguisse le protagoniste nei loro salti, nelle cadute e nei giochi. Per questo abbiamo scelto di utilizzare il Trinity, una steadycam di nuova generazione che permette movimenti fluidi e una grande libertà creativa.
Abbiamo inoltre cercato punti di vista insoliti, come la soggettiva della pozzanghera o il punto di vista del cerchio che ruota attorno ad Azzurra, facendo girare la testa a Carlino e, per qualche secondo, anche agli spettatori.
Dietro queste scelte c’è stato un lungo lavoro di preparazione, ma abbiamo lasciato spazio anche all’intuizione. La scena della pozzanghera, ad esempio, è nata durante un sopralluogo il giorno prima delle riprese. La nostra scenografa, Luisa Iemma, aveva soltanto ventiquattro ore per realizzare una struttura in plexiglass sicura per la macchina da presa. Non ne fu entusiasta all’inizio, ma riconobbe che l’idea meritava lo sforzo».
Avete lavorato con attrici bambine in ruoli centrali, e il risultato è di una naturalezza disarmante. Come avete costruito il rapporto con loro?
«Abbiamo dedicato molto tempo alla ricerca delle nostre protagoniste. Ci siamo concentrate sull’area geografica del Nord Italia, dove è ambientato il film, senza imporci altre regole oltre all’età di scena.
Alle nostre casting director abbiamo chiesto di uscire dai circuiti tradizionali e di cercare le protagoniste anche nelle piccole scuole di teatro, nelle palestre e in altri luoghi che potessero avere affinità con i personaggi.
Durante i mesi di preparazione le ragazze sono diventate davvero amiche. Hanno costruito relazioni autentiche dentro e fuori dal set, trasformandosi in una sorta di “power trio”. A quel punto abbiamo potuto lasciare spazio all’improvvisazione e persino all’errore, trasformando alcune reazioni spontanee in elementi preziosi della narrazione».
L’ambientazione anni Novanta è restituita con un equilibrio perfetto: mai nostalgico, mai didascalico. Qual è stato il lavoro sulla ricostruzione d’epoca?
«Gli anni Novanta sono stati un periodo caotico, colorato e pieno di contraddizioni. Un’epoca di cambiamenti profondi nella moda, nei costumi e nella società.
C’erano i giocattoli fluorescenti, i Tamagotchi, i pomeriggi trascorsi davanti alla televisione e i genitori che fumavano mentre scorrevano programmi come “La Ruota della Fortuna”. Era un mondo fortemente sensoriale, fatto di colori, luci, odori e suoni.
Siamo partite dai nostri ricordi personali e poi abbiamo ampliato la ricerca. Abbiamo studiato fotografie di moda, eventi storici, riviste dell’epoca e materiali legati al 1997. Abbiamo recuperato vestiti conservati da nostra madre, acquistato vecchi numeri di riviste e chiesto ad amici e conoscenti fotografie di famiglia.
Da tutto questo è nato un grande moodboard condiviso con tutti i reparti del film, che ci ha permesso di costruire un immaginario comune».
La colonna sonora di Lorenzo Confetta e Golden Rain accompagna il film come un respiro sotterraneo. Come avete collaborato con loro?
«Abbiamo conosciuto il lavoro dei Golden Rain grazie a “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini. Come quel film, anche il nostro possiede una componente più oscura e inquieta.
La nostra richiesta era semplice: la musica doveva restare sempre connessa allo stato emotivo delle bambine, come un filo invisibile. Un respiro che a volte è lieve e altre volte affannoso, ma sempre presente.
Per questo le prime tracce musicali sono nate già durante la stesura della sceneggiatura e alcune di quelle versioni iniziali sono poi rimaste nel film.
Lo stesso approccio è stato seguito per i brani preesistenti. Alcune canzoni erano già previste in sceneggiatura perché strettamente legate al significato emotivo delle scene».
Il film sembra parlare anche del nostro presente, del bisogno di rieducare lo sguardo e di restituire spazio all’ascolto. Vi sentite parte di una generazione di registi e registe che sta tentando di reinventare il linguaggio del reale attraverso l’immaginazione?
«Sicuramente facciamo parte di una generazione di autori che si sta progressivamente emancipando dall’eredità del neorealismo.
Per molti anni quel modello è stato una sorta di zona di conforto del cinema italiano. Oggi sentiamo la necessità di sperimentare nuovi linguaggi e nuove forme espressive.
Pensiamo al lavoro di Carolina Cavalli, Alain Parroni, Virgilio Villoresi e Nicolangelo Gelormini, autori che stanno costruendo immaginari personali e riconoscibili.
Noi proviamo a fare qualcosa di diverso: raccontare un passato dalle sfumature dark attraverso uno sguardo pop, senza nostalgia. Come una Polaroid scattata negli anni Novanta e sviluppata soltanto oggi».
