Le règne animal, la recensione del film di Thomas Cailley

di Valeria Morini

Bisogna dirlo: il cinema francese di questi tempi ha una marcia in più. S’impone ai festival, sorprende nelle opere d’autore, rischia affrontando con originalità il genere rendendolo metafora dei nostri tempi. Così, ormai, non stupisce neanche più che venga proprio da Oltralpe un prodotto bizzarro e coraggioso come Le règne animal, conferma di una capacità di affrontare territori nuovi senza perdere di vista lo sguardo autoriale.

Siamo in un futuro prossimo, dove una sorta di pandemia sta provocando un curioso effetto: chi ne è colpito subisce progressive mutazioni genetiche e si trasforma in creature ibride tra umano e animale. Molte persone diventano uccelli, rettili, pesci, strani mammiferi di ogni tipo; inutili i tentativi di “cura”, le “bestie” vengono destinate in centri di detenzione, ma una fuga di massa nei boschi del sud della Francia cambia le carte in tavola: la convivenza interspecie è possibile o la situazione non può che degenerare nella violenza?

Presentato a Cannes 2023 nell’Un certain regard e al Torino Film Festival nella sezione Crazies, Le règne animal è un film di genere, tra il fantastico e l’horror, ma non è un mero prodotto di intrattenimento. Forte di un cast che comprende Romain Duris e Adèle Exarchopoulos, il film osa con ampio uso di effetti speciali e una notevole ambizione senza però perdere di vista il suo scopo principale: usare lo strumento del cinema popolare come allegoria politica sull’oggi. La storia di un contagio impossibile da fermare non può che farci pensare all’epoca del Covid (anche se la scrittura è antecedente alla pandemia), ma la pellicola di Cailley contiene anche un forte messaggio ecologista e un inno alla diversità, contro pregiudizi e razzismi.

Centrale è il rapporto tra il padre François e il figlio adolescente Émile, nonché la scoperta di quest’ultimo della sua nuova identità (semplicemente splendida la performance del giovanissimo Paul Kircher), tanto che Le règne animal sposa brillantemente il kolossal fantasy con il racconto di formazione. La carne al fuoco è insomma tantissima, ma il regista riesce ad amministrare la complessità della materia trattata con un film estremamente vitale, energico, che ci mostra la trasformazione del corpo e della carne senza lesinare in momenti crudi e forti che si fermano però a un passo dal kitsch. A rendere il tutto ancora più suggestivo, poi, sono le intense musiche di Andrea Laszlo De Simone e Sebastien Pan, che coronano un’opera estremamente ardita, forse un po’ sghemba ma che va salutata come un’ondata di freschezza in un panorama cinematografico dove le idee sono ormai trite e ritrite. Insomma, chapeau à la France.

Voto: 2,5/4