Letters from Wolf Street di Arjun Talwar, la recensione
di Giulia Pugliese
Negli ultimi anni, i documentari hanno subito un’evoluzione, aumentando la loro qualità visiva e tecnica. Letters from Wolf Street, pur essendo girato in modo semplice, riesce a raccontare la tematica della migrazione in Polonia in maniera originale, mescolando momenti seri e divertenti.
Questo equilibrio dona al film un senso di spensieratezza, merito soprattutto dei personaggi che lo popolano: Mo, Feras, Piotr, il ragazzo Rom, il calzolaio anarchico e lo stesso regista. Sono persone reali, capaci di far ridere e commuovere, profondamente complesse, anche nel loro rapporto con la Polonia. Lo spettatore è portato a riflettere senza sentirsi appesantito, nonostante il film affronti temi duri come l’odio razziale, i nazionalismi e il suicidio. È impossibile non affezionarsi ai protagonisti di questa storia.
Arjun Talwar, regista indiano che vive in Polonia da molti anni, vuole rendere omaggio alla strada in cui abita, la “Strada del Lupo”, e al tempo stesso tributare il suo paese ospitante mostrando una diversa società polacca. Il film esplora il complicato rapporto tra migrazione e la società polacca senza ricorrere a stereotipi, adottando un punto di vista nuovo. Lo stesso Talwar è combattuto nei confronti del Paese che lo ospita: se da un lato è stato vittima di episodi di razzismo (è stato anche brutalmente aggredito), dall’altro ha trovato accoglienza, affetto e amicizia.
La Polonia è spesso descritta come uno Stato ultranazionalista, conservatore e cattolico, poco incline alla diversità. Questa narrazione è molto vicina alla realtà, ma sotto l’obiettivo di Arjun Talwar emerge un’altra Polonia, fatta di curiosità, apertura e comprensione. Letters from Wolf Street non edulcora la durezza della società, dove la festa dell’indipendenza dall’Unione Sovietica è una sorta marcia ultranazionalista, ma mostra anche il lato umano fatto da persone che vanno a imparare l’arabo da Feras, siriano rifugiato in Polonia, o dal postino Oskar, che conosce la storia della strada e dei suoi abitanti: pur essendo legato alle tradizioni, non esita a condividere pasti e chiacchierate con la famiglia vietnamita del quartiere, rimanendoci male quando parte per le vacanze senza avvisarlo.
Il documentario affronta il tema della migrazione con leggerezza, grazie a personaggi divertenti e situazioni ironiche, ma non è edulcorata la durezza della realtà, di una persona che migra fatta di sconforto, chiusura e mancanza della propria terra natia. Viene mostrato anche il razzismo che colpisce le comunità Rom e rumene, attraverso l’incontro con un giovane Rom e una banda di ragazzi rumeni. Il film porta avanti lo stesso messaggio che Agnieszka Holland raccontava in Green Border, ma in modo meno drammatico: la conoscenza reciproca e il dialogo possono abbattere gli stigmi. Dimostrando che non è sempre necessario mettere al centro la sofferenza delle persone per raccontare temi toccanti, che l’indignazione è un sentimento superficiale, mentre la comprensione è qualcosa di più duraturo. Letter from Wolf Street è una riflessione profonda sulle tematiche della migrazione e di una società più complessa di quella che si racconta solitamente.
Il sorridente signore del bar che distingue il regista dagli immigrati africani perché “l’India ha una cultura millenaria, mentre loro vengono dai villaggi e non hanno cultura” rappresenta il volto di un razzismo strisciante, diffuso in tutta Europa, non solo in Polonia.
I polacchi dovrebbero essere fieri di quest’opera, che mostra un volto diverso del Paese, più aperto e pronto ad aprirsi al mondo. Inoltre, il film richiama il grande cinema documentario polacco degli anni ’80 e ’90. Serviva un ragazzo indiano, che ha studiato cinema in Polonia, per riportare in auge questa tradizione.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
