LEVIATHAN di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel (2012)

 Leviathan, di base, è un documentario. Ma etichettarlo come tale sarebbe riduttivo. Leviathan non documenta, trasporta. 90 minuti su un peschereccio al largo. Noi non osserviamo le pratiche dei pescatori e dei marinai, noi siamo là con loro. Non guardiamo distanti i pesci venire tagliati dalle accette, ma siamo lì, così vicini che quasi temiamo che l’accetta tagli noi. Una scelta sicuramente interessante dei registi Castaing-Taylor e Paravel.

Attraverso il loro stile disorientante, noi prendiamo parte di tutto senza mai focalizzarci su niente. Quasi non ci sono dialoghi, ma i rumori sono tanti, e i silenzi pochi. Inquadrature ravvicinate, montaggio serrato e scomposto, uomo, macchina, natura. Il tutto è funzionale allo scopo e per i primi 20 minuti risulta molto accattivante. Il problema però è dopo. Già, perché Leviathan inizia, continua e finisce alla stessa maniera. Le componenti in gioco rimangono sempre le stesse, così come rimane invariato il modo di mescolarle. Il film sprofonda sempre più in una ripetitività che minaccia la pazienza dello spettatore e non rilancia mai nuovi orizzonti o attenzioni. Sarebbe potuto essere un buon cortometraggio, ma un lungo risulta decisamente troppo lungo.

Voto: 2/4