L’IMAGE MANQUANTE di Rithy Panh (2013)

 «Io ero venuto al potere per portare a compimento la lotta, non per uccidere la gente. […] Sono forse una persona selvaggia? La mia coscienza è pulita».

(Saloth Sar, conosciuto come Pol Pot)

 

 

Costretto a lavorare per diversi anni nei campi di lavoro dei Khmer rossi, i guerriglieri comunisti cambogiani, il cineasta Rithy Panh, nato a Phnom Penh nel 1964, ha sempre sentito il bisogno di confrontarsi con un passato di indelebile tragicità, imponendosi come il cantore dei drammi che la sua terra ha attraversato sotto il folle e spietato regime di Pol Pot. Tra i più importanti documentaristi viventi, Panh riuscì a fuggire dalla Cambogia nel 1979, raggiungendo la vicina Thailandia prima di trasferirsi a Parigi, dove si laureò all’Institut des hautes études cinématographiques.

 

Politico, rivoluzionario e dittatore cambogiano, Pol Pot (1925-1998), ufficialmente Primo Ministro del paese tra 1976 e il 1979, quando si consumò il più agghiacciante genocidio della popolazione della Cambogia (in quegli anni rinominata Kampuchea Democratica), fu diretto ispiratore e responsabile della tortura e del massacro di circa un milione e mezzo di persone, a cui vanno aggiunti centinaia di migliaia di morti a causa del lavoro forzato, della malnutrizione e della scarsa assistenza medica. I crimini perpetrati da Pol Pot, restano ancora oggi una delle pagine più buie e brutali della storia.

 

A cinquant’anni, raggiunta la maturità e il distacco necessario, Rithy Panh torna alla straziante esperienza dell’infanzia vissuta sotto la dittatura, mettendo in scena senza livore né enfasi il suo carico di immenso dolore. In un’opera ricca di poesia e struggente sensibilità, presentata al Torino Film Festival dopo aver vinto la sezione Un certain regard al Festival di Cannes, il regista fa riaffiorare un passato tragico alternando immagini di repertorio a sequenze di finzione in cui gli “interpreti” non sono attori in carne e ossa bensì piccole statuette ricavate dal sughero lavorato.

 

Attraverso un espediente tipicamente infantile, Panh mette in scena un resoconto alla ricerca della giovinezza perduta, scandita dalla voice-off di Randal Douc, in cui la realtà che rivive sullo schermo diventa l’insostenibile spettro di morte che avvolge un paese ridotto ad un immenso campo di lavoro forzato. I filmati d’epoca in b/n scorrono inesorabili, potenti, spietati, riempiendo gli occhi lucidi dello spettatore di un orrore che non dovrà mai più ripetersi.

 

Un’opera tanto dolorosa quanto necessaria, un grido silente composto e disperato, un mosaico della memoria in cui la consapevolezza che l’immagine mancante del titolo non potrà mai essere ritrovata, non distrugge la speranza di una vita senza sopraffazioni.

 

 

Sangue scarlatto inonda le città

e le pianure della Kampuchea, la nostra Patria.

Sangue dei nostri tenaci lavoratori, dei contadini,

dei combattenti e delle combattenti rivoluzionarie.


Quel sangue produsse un’ira terribile e il coraggio

di lottare strenuamente.

Il 17 aprile, sotto la bandiera della Rivoluzione, quel sangue ci ha liberati

dalla schiavitù.


Hurrà! Hurrà! Glorioso 17 aprile!

Grandiosa vittoria ancor più maestosa

dell’era di Angkor!


Ci uniamo per costruire una Kampuchea con

una nuova società migliore, democratica, egualitaria

e giusta. Seguiamo la strada verso la definitiva

indipendenza. Giuriamo di difendere ad ogni costo

la nostra Madrepatria, la nostra bella terra, la nostra

grande Rivoluzione!


Hurrà per la nuova Kampuchea, la splendida

e democratica terra dell’abbondanza! Giuriamo di tenere alta

e sventolare la bandiera rossa della Rivoluzione.

Renderemo la nostra Nazione la più prospera,

grande e bella di tutte!

 

(Glorioso 17 aprile, inno nazionale della Kampuchea Democratica, il cui titolo si riferisce al giorno della presa di Phnom Penh da parte dei Khmer rossi)

 

Voto: 3,5/4