LO HOBBIT: UN VIAGGIO INASPETTATO di Peter Jackson (2012)

Lo Hobbit compie 10 anni e forse lo abbiamo un po' maltrattato | Wired  ItaliaA concludere in bellezza il 2012 cinematografico arriva uno degli eventi più attesi dell’anno: il ritorno di Peter Jackson alla Terra di Mezzo con Lo Hobbit: un viaggio inaspettato.

Il ricordo del miracolo compiuto dal regista neozelandese con la trilogia de Il signore degli anelli è ancora vivido: la saga di Frodo e compagnia restituita finalmente al respiro epico della monumentale opera letteraria grazie a un’inedita commistione di tecnologia digitale e scene di massa da kolossal di altri tempi. Le aspettative per questo prequel che ha il compito di narrare le imprese giovanili di Bilbo Baggins, svelando come venne in possesso del terribile anello, erano legittimamente alte.

 

Jackson in effetti non ha perso la capacità di raccontare le avventure fantastiche di hobbit, nani, elfi e stregoni, né quella di costruire imponenti scene di battaglia o di ritrarre quadri visivamente impressionanti. Tuttavia sono parecchi i limiti che fanno inciampare la pellicola, rendendo Lo Hobbit un cavallo di razza azzoppato, a cominciare dalla scelta di girare a 48 fotogrammi al secondo invece dei tradizionali 24. Un accorgimento che secondo il supervisore degli effetti speciali Joe Letteri (già supervisore di Avatar e boss della WETA Digital) avrebbe il merito di rendere il 3D più realistico, catturando i movimenti in maniera ottimale. Il risultato è invece un curioso effetto, vertiginoso e straniante, tra la docufiction della BBC, Tomb Raider e il Benny Hill Show, specialmente quando i personaggi si muovono rapidamente. Molte sequenze d’azione potenzialmente grandiose, come l’inseguimento nelle miniere dei goblin, danno così l’impressione di essere davanti al Play Station, rovinando il coinvolgimento immersivo e facendo dolere gli occhi. In compenso, il lavoro su 3D e fotografia è d’eccezione, perciò ancor più penalizzato dall “effetto 48”.

Anche dal punto di vista della scrittura ci sono parecchi intoppi: la prima parte è decisamente troppo verbosa e indulge spesso nell’esplodere di canzoni e canti che, più che restituire l’aderenza filologica al libro di Tolkien, danno alla pellicola un’aria disneyana d’altri tempi.

Fortunatamente il tiro è aggiustato nella seconda, dove non mancano sequenze d’azione memorabili, à la Jackson, e un proliferare di personaggi incisivi, dallo stregone hippy Radagast al terribile orco Azog il Profanatore. Torna inoltre Saruman, in questo prequel capo magnanimo degli stregoni dalla veste bianca, interpretato da un sempre più fragile Christopher Lee, mentre Ian Mc Kellen, nei panni di Gandalf , gigioneggia più del solito e diverte. Ma è Gollum, con la sua breve ma intensa apparizione a rubare la scena, cimentandosi in una serratissima gara di indovinelli con Bilbo Baggins (il bravo Martin Freeman): ancora una volta Andy Serkis regala una performance stupefacente, beneficiando dei progressi della Performance Capture, utilizzata qui per rappresentare anche il drago Smaug e i Troll di montagna.

Lascia perplessi anche la scelta di costruire una trilogia per trasporre sul grande schermo un romanzo come Lo Hobbit, nemmeno lontanamente paragonabile, per volume e numero di intrecci narrati, all’immenso Il signore degli anelli: per fare questo, Jackson ha dovuto lavorare di fantasia, prendendosi molte libertà rispetto alla materia di origine.

Attenderemo fiduciosi i successivi due capitoli, in attesa di vedere se riuscirà a far crescere la saga, rendendo Bilbo e i tredici nani popolari quanto Frodo, Aragorn e compagnia.

Voto: 2,5/4