Locarno 68: BELLA E PERDUTA, CHANT D’HIVER e TE PROMETO ANARQUIA

 

 

BELLA E PERDUTA di Pietro Marcello (2015)

Unico film italiano presente al concorso internazionale del 68° Festival di Locarno, Bella e perduta è diretta da uno dei registi più schivi e indipendenti del panorama filmico nostrano, quel Pietro Marcello già autore di documentari come Il passaggio della linea (2007) e La bocca del lupo (2009). Opera difficilmente classificabile, esplora i territori magmatici della docufiction e della favola morale e si appresta a diventare uno dei casi cinematografici dell’anno (anche se, con molta probabilità, resterà ignorato dal grande pubblico).

Il progetto nasce come testimonianza sull’“angelo di Carditello” Tommaso Cestrone, che ha dedicato la vita alla tutela di una splendida reggia borbonica in rovina nella devastata Terra dei Fuochi campana. La morte improvvisa di Cestrone ha tuttavia scombussolato i piani e il film ha subito una metamorfosi, tramutandosi come d’incanto in una fiaba malinconica che vede protagonista Sarchiapone, il bufalo di Tommaso. Condannato a morte perché maschio (e quindi inutile), l’animale viene soccorso da Pulcinella, immortale figura folkloristica napoletana che emerge dalle viscere del Vesuvio e va con lui alla ricerca di una salvezza probabilmente impossibile. Curioso esempio di pellicola che coniuga l’impegno sociale a uno stile davvero personale e anticonformista, il film di Marcello è allegoria socio-politica e puro lirismo, contaminazione di linguaggi e sperimentalismo visivo. Ode malinconica e solo apparentemente rassegnata a un’Italia “bella e perduta” cui prestano voce una divinità-maschera, un eroe dimenticato (o meglio, ingiustamente sconosciuto fuori dai confini campani) e una bestia dotata di coscienza (con la voce di Elio Germano), è cinema innovativo e coraggioso, di cui la mefitica produzione italiana di questi anni ha davvero bisogno.

Voto: 3/4

CHANT D’HIVER di Otar Iosseliani (2015)

Il più famoso dei registi georgiani (da anni naturalizzato francese), a 81 anni e con una filmografia cinquantennale alle spalle, non perde la voglia di girare film. Si presenta a Locarno con l’aspetto di un rassicurante decano e questa bizzarra commedia dai toni surreali, inserita nel concorso internazionale del Festival. Dopo un prologo ambientato nel periodo del Terrore seguito alla rivoluzione francese e un breve episodio di cruente razzie collocato in un non precisato scenario di guerra, Otar Iosseliani ci porta tra le strade di Parigi in un caleidoscopio di personaggi talmente brulicante e complicato da far perdere la testa. L’autore mette in scena un’umanità goffa, caricaturale, ma anche disumanizzata, che nonostante il passare dei secoli continua a compiere le medesime nefandezze e ipocrisie. Che sia il furto, la sopraffazione dell’altro, l’eterna lotta tra i ricchi e i poveri, tutto è presentato sotto la lente dell’ironia, con tocchi di comicità spesso grottesca e una tendenza a far comunque prevalere un barlume di speranza in nome dell’amore e dell’amicizia. La dimensione allegorica, la struttura a quadri giustapposti e la recitazione straniata degli attori ricordano in parte lo splendido Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, ma senza quello straordinario lavoro estetico e visivo che caratterizzava il capolavoro di Roy Andersson. Il problema è che il gioco di Iosseliani funziona fino a un certo punto e la pellicola si incarta su se stessa tra infinite circonvoluzioni in cui lo spettatore finisce per perdersi. Trascinati su questa giostra umana di irriverente follia, si ride e si riflette ma, alla lunga, ci si stanca. Nel ricco parterre d’attori si riconoscono Rufus (visto in Il favoloso mondo di Amélie), Mathieu Amalric in un piccolo ruolo e, strepitosa chicca che fa la gioia dei cinefili, il critico italiano Enrico Ghezzi.

Voto: 2/4

TE PROMETO ANARQUIA di Julio Hernandez Cordon (2015)

Arriva dal Messico (con co-produzione tedesca) questo interessante lavoro del regista Julio Hernandez Cordon, già presente a Locarno nel 2012 con Polvo. Il queer movie sbarca nella kermesse svizzera – anch’esso è nel Concorso internazionale – con un racconto di formazione giovanile incentrato sul corpo e il volto del giovanissimo e ottimo Diego Calva Hernández. Miguel è un ragazzo benestante che si aggira tra i più poveri quartieri di Città del Messico a bordo del suo inseparabile skateboard, un ribelle senza causa che vive una relazione clandestina con Johnny (Eduardo Eliseo Martinez). I due ragazzi si immischiano in un sordido business nel mercato nero dei donatori di sangue, in affari con alcuni pericolosi gangster. Il coming of age, la tematica gay, l’estetica del pedinamento, la discesa negli inferi di una mala gioventù che non riesce a perdere il suo barlume d’innocenza sono temi già ampiamente trattati, eppure Cordon riesce a coinvolgere lo spettatore in un suggestivo intreccio noir dai toni mélo che non trascura ampie dosi di sensualità nelle scene omosessuali. Dalla sua, il film ha inoltre un affascinante ritratto del mondo degli skaters messicani, ambizioni di critica sociale nel rappresentare il degrado morale di uno dei Paesi più violenti del mondo e una ricercata colonna sonora che si sposa perfettamente alle sequenze (tra gli altri, spiccano il brano The Sun di Baxter Dury e una cover in spagnolo di Sunny). Purtroppo, però, Te prometo anarquía sembra spegnersi nel finale, regalando una conclusione che appare posticcia rispetto al resto della pellicola. Un difetto che comunque inficia solo parzialmente la visione di un’opera certo imperfetta e non originalissima, ma ben diretta da un autore che vale la pena di tenere d’occhio.

Voto: 2,5/4