Matrix Resurrections di Lana Wachowski, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Matrix Resurrections è una visione spossante. La montagna digitale che partorisce il topolino: due confusissime ore e mezza di effettacci scombiccherati, bullet time ampiamente superati, sequenze action rivedibili e totalmente omologate, inetti siparietti comici, scampoli d’ironia non richiesti, ammiccamenti sterili, musiche enfaticamente anonime, montaggio raffazzonato, idee intriganti gettate alle ortiche e maldestramente inframmezzate da tremendi e smorti flashback degli excursus precedenti che mal si compenetrano all’inquietante pulizia digitalizzata dei film di oggi, infinite sciocchezze meta-filmiche millimetricamente assemblate per compiacere il fandom acritico e devoto che inghiotte presumibilmente tutto, tante spiegazioni tediose e contorte e un mare di farneticazioni concettose seconde forse solo a Tenet di Christopher Nolan per ribadirci goffamente che alla fin della fiera, ancora una volta, amor vincit omnia?

Un po’ poco. Meglio: un po’ offensivo, se pensiamo che il primo, grande Matrix del lontano 1999 può tranquillamente considerarsi una pietra miliare e un mirabile e ineguagliato compendio della fantascienza di quasi cent’anni di cinema, che sapeva intrattenere facendo riflettere e ponendo interrogativi scomodi, paurosi e non poco stimolanti (con una tecnologia allo stato dell’arte e per nulla invecchiata che in questo episodio, è bene ripetere, latita completamente), ma anche in grado di rivoluzionare radicalmente e brillantemente un genere (si pensi all’apparentemente folle ma sapiente rimescolamento di Bibbia, cinema hongkonghese, wuxiapian, spaghetti-western e via dicendo) sperimentando un modo di far cinema fresco (al tempo) e affascinante, ibrido e genuinamente inedito, dalla profonda carica innovativa, capace di creare una realtà parallela ricca e circostanziata che investigava acutamente, destreggiandosi fra John Woo, Philip K. Dick, distopia orwelliana, filosofia e arti marziali, il nostro ruolo di esseri umani nella società di allora e anche, se vogliamo – a riprova della sua ficcante attualità: anzi, della sua fruttifera universalità –, in quella ancor più complessa, frenetica, liquida e tormentata di oggi: cioè in tutto ciò che in quegli anni era considerato futuro. Motivo per cui, sorvolando sui due orribili e molesti sequel macina-milioni dettati da pure e volgari ragioni di mercato (e chi vi dice il contrario è in malafede) e sullo spaventoso declino filmico delle sorelle Wachowski che ne è tragicamente conseguito (rispolveratevi Bound, il loro ribollente gioiellino d’esordio, e fate le dovute differenze), poteva risultare interessante, non scontato e addirittura quasi sensato attualizzare l’universo fertile e stratificato di Matrix alle molte incertezze e ambiguità del nostro mondo così precario e sempre più pericolosamente virtuale, minacciato e minaccioso, dove confini e contorni fra reale e immaginario, vissuto e sognato, sentito e simulato sono sempre più labili e scivolosi (che è in fondo ciò che è stato fatto, se vogliamo, ma con risultati, come detto, fra il modesto e l’agghiacciante: e il problema principale, spiace dirlo, è ancora una volta il senso di noia straziante, che sarà pure un fattore soggettivo, ma fino a un certo punto).

Aduggiato dalla tipica patina stupidamente oscura e asfissiante di ogni blockbuster contemporaneo che si rispetti, Matrix Resurrections è un angoscioso pachiderma concettualmente sbagliato senz’anima né sostanza che si dimostra spudoratamente, ad ogni singolo frame, mascherandosi vanamente sotto lo specchietto per le allodole di una falsa e necessaria novità (ma tutto il film sembra, furbescamente, un’insistita e gigantesca sconfessione del fatto che sia possibile rinverdire concretamente questo universo filmico: come se Lana Wachowski volesse auto-sabotarsi ad ogni svolta non sapendo assolutamente che strada prendere), un tonfo di cuore, passione, fantasia e visionarietà semplicemente sconvolgente (davvero qualcuno sacrificherebbe la propria vita per quell’orrore mortifero di Zion?), l’equivalente esatto di ciò che fu The Last Jedi per la sfibrante saga di Star Wars: cosa che andrebbe benissimo in entrambi i casi (perché dovremmo avere qualche problema con il nuovo?), se solo i film in questione funzionassero minimamente.

In altre parole: esiste veramente qualcuno capace di pensare che un presunto film rischioso, o – passateci il termine – coraggioso, diventi bello o interessante di diritto (inevitabile pensare, a tal proposito, anche all’abissale ingenuità di chi asserisce – rifacendosi ad un altro titolo di marchiana insipienza fuori ora nelle sale, e che con questo quarto Matrix condivide un vuoto d’immaginazione e di messinscena che toglie il sonno – che il becero e terrificante overacting di Jared Leto in House of Gucci sia voluto, e che per questo vada necessariamente applaudito e incensato: niente di più grossolanamente sbagliato, ché se una cosa non funziona, non funziona e basta) pur non avendo assolutamente nulla di sostanzioso da offrirci?

Dove risiederebbero, dunque, i motivi d’interesse di tale fragorosa débâcle? Dove il fascino, l’intelligenza, la genialità tecnica, la sotterranea e feticistica sensualità, la brillantezza plastica e visiva e la profondità tematica e concettuale che hanno fatto del primo capitolo una potente, elegante e determinante pellicola d’inizio millennio prima di gettar tutto alle ortiche abbracciando banalità e derive animistiche di grana grossissima, caotiche e posticce che mal si confanno alla vera natura di questa storia nonché, si presume, all’interesse e alle reali esigenze dello spettatore (perché qualcuno dovrà pur vederli, i film: o no?), come se questo fosse un cretino lobotomizzato che ingoia silente e remissivo qualunque sbobba gli venga cinicamente e ciclicamente somministrata dall’ormai troppo spesso bieca e inerte macchina hollywoodiana?

Spiacenti, il cucchiaio non si è piegato.

Voto: 1/4