May December di Todd Haynes, la recensione

di Valeria Morini

In sala a un anno dalla presentazione in concorso a Cannes 2023, May December conferma Todd Haynes come autore lucido, personale, rappresentante di un cinema elegante ma mai lezioso o artificioso. Il regista di Carol e I’m Not There (il miglior biopic di sempre?) si cimenta, pur in un piccolo lavoro indipendente dal budget evidentemente risicato, con due stelle del calibro di Natalie Portman e Julianne Moore. Il film è stato sostanzialmente ignorato agli Oscar, che hanno assegnato solo una nomination alla sceneggiatura originale (il premio è andato ad Anatomia di una caduta).

La Portman interpreta Elizabeth, una nota attrice poco più che trentenne: sarà la protagonista di un film sulla storia di Gracie (Moore) che, già adulta, con marito e figli, intraprese una scandalosa relazione con il tredicenne Joe Yoo. Dopo essere rimasta incinta e aver trascorso alcuni anni in carcere, Gracie ha sposato Joe (Charles Melton) e i due conducono una vita almeno in apparenza molto serena insieme ai loro figli ormai quasi adulti. Elizabeth, per entrare nel personaggio, decide di trascorrere del tempo insieme alla coppia e intervistare i loro conoscenti e famigliari, ma, man mano che l’attrice ripercorre e comprende le dinamiche del ménage famigliare, emergono le crepe e le problematiche di una relazione e una situazione che forse non sono così idilliache.

Ambientato in una delle città più suggestive degli Stati Uniti, quella Savannah che ci rievoca atmosfere europee nonché altre storie pruriginose (era la location di Mezzanotte nel giardino del bene e del male di Clint Eastwood), May December si ispira peraltro alla vera vicenda di Mary Kay Letourneau, accusata di aver adescato un ragazzino che anni dopo divenne suo marito. Si crea così un gioco di incastri tra cronaca e libera interpretazione, realtà e finzione cinematografica, immedesimazione e recitazione, in un corto circuito che si muove su più livelli. La relazione scandalosa tra Gracie e Joe è da condannare o non va giudicata? A guidare Elizabeth è solo la professionalità e il desiderio di restituire la verità del personaggio o c’è anche un impulso morboso a insinuarsi nelle loro vite?

Pur mantenendo un’essenzialità e un gioco in sottrazione rispetto ai suoi mélo più sontuosi e visivamente abbacinanti, il film si incanala nella cinematografia raffinata di Haynes che esplora sentimenti contrastanti e proibiti, con la Portman e la Moore (sua attrice feticcio dai tempi di Safe e Lontano dal paradiso) che fanno a gara di bravura, fascino e carisma (mentre onestamente convince meno la prova di Charles Melton). Dietro le dinamiche soapoperistiche e un’apparente linearità che non vede particolari colpi di scena (salvo nel prefinale), il regista mette in scena un non indifferente scavo psicologico dei personaggi e delle loro fragilità, nonché un discorso interessante sulla manipolazione dei sentimenti e delle relazioni. Il tutto impreziosito da un senso di ambiguità e da un sottile e accennato erotismo mai di maniera.

Voto: 3/4