MIELE di Valeria Golino (2013)

Un film sicuramente coraggioso quello di Valeria Golino, e che si lascia ancora di più apprezzare per questa qualità dato che si tratta di un esordio. Coraggioso perché nasce profondamente dalle nostre radici nazionali, dove sappiamo tutti quanto sia arduo e complicato trattare tematiche come l’eutanasia. Coraggioso anche perché di recente, due nomi importanti della cinematografia, quali Bellocchio e Haneke, si sono cimentati in merito alla medesima questione. Infine coraggioso perché il film mette molta carne al fuoco senza mai però perdere il controllo.

Prendendo liberamente spunto dal romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, la Golino decide di raccontarci l’insolita storia di Irene (una Jasmine Trinca molto intensa anche se forse un pelo altalenante nella sua performance) che di “mestiere” aiuta le persone a morire tramite il suicidio assistito. La regista però mostra sin dai primi minuti della pellicola di essere molto più attratta e affascinata dalla sua protagonista che dalle sue gesta. Irene è la prima malata che Miele ci presenta. Bastano un paio di inquadrature per farci capire quanto questa ragazza soffra dentro di sé. La Golino infatti decide di inquadrarla dentro precisissimi e chiusi spazi casalinghi, dove porte, mobili, tende, ecc. riducono ancora di più gli angoli dell’inquadratura quasi soffocando l’attrice. Una ragazza che cerca di fuggire da tutto ciò, che vuole tornare a respirare, sfogandosi in nuotate a mare aperto o rifugiandosi nella musica. Una ragazza che avverte il suo disagio ma che non lo può palesare sfuggendo dunque a ogni sorta di ipotetico aiuto (folgorante la scena dell’incontro con un suo coetaneo in un locale notturno in cui i corpi dei due ragazzi sono separati da un vetro). Irene vive in questa invisibilità che solamente il personaggio interpretato da Carlo Cecchi, un anziano che le si avvicinerà per “ingaggiarla”, riuscirà a scovare e ad abbattere.

La regista dirige il tutto con tocco delicato ma al tempo stesso preciso e sicuro. Non si schiera con nessuno, lascia che sia lo spettatore a valutare le vicende e a crearsi un giudizio sui temi scottanti che la pellicola pone. Potremmo forse scrivere critiche più feroci in merito all’ultima (furbetta e un po’ banale) inquadratura, ma la sorpresa di questo lavoro e la speranza che ne seguiranno altri altrettanto meritevoli di attenzione, se non addirittura superiori, ha la meglio.

 

Voto: 3/4