MISS VIOLENCE di Alexandros Avranas (2013)

locandina-miss-violence“Mi chiedo sempre chi ha il potere: colui che colpisce o chi invece sente il dolore? La violenza più dura è quella del silenzio e del non detto.” (Alexandros Avranas)

Dopo l’esordio con Without, presentato cinque anni fa al Festival di Thessalonica, il greco Alexandros Avranas torna con Miss Violence, vincitore del Leone d’Argento e della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla 70ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. L’undicenne Angeliki si suicida gettandosi dal balcone durante la festa organizzata per il suo compleanno: lo sgomento iniziale lascia presto spazio alla routine dei genitori che sembrano voler superare il drammatico evento comportandosi come se nulla fosse successo. Gli assistenti sociali, dubbiosi, indagano facendo emergere una verità terribile.

 

Il regista, pittore e scultore Avranas affronta un tema scabroso e difficile, la violenza sui minori, usando una forma asettica e una rappresentazione cristallina e geometrica, quasi a voler compensare la morbosità dell’argomento trattato. Evidenti i rimandi agli stilemi del connazionale Yorgos Lanthimos, autore dello splendido Dogtooth; ma mentre quest’ultimo riusciva a costruire un climax allucinante nel delineare la psicopatia di un nucleo familiare, Avranas non convince. La staticità delle inquadrature e il lento progredire della vicenda, che vorrebbero simboleggiare il dramma dei protagonisti, la chiusura al cambiamento, la perdita di ogni speranza di fronte ai soprusi subiti, annoiano più che destabilizzare lo spettatore.

I distorti legami familiari, metafora di un potere che annienta e degenera nel rapporto vittima/carnefice (il padre come dittatore), aliena(n)ti e fuori da ogni logica comune, non riescono ad essere realmente disturbanti. A complicare il tutto, una sceneggiatura approssimativa, il cui fine non è ben chiaro.

Ambizioni altissime, risultato mediocre.

Voto: 2/4