Napoleon, la recensione del film di Ridley Scott

A cura di Francesco Pozzo

Anche sforzandosi, è impresa ardua trovare qualcosa di buono da dire su questo film.

Per nulla entusiasmante, sconclusionato e rozzo come pochi, Napoleon è la prova provata che l’ormai ottantacinquenne Ridley Scott (che ha inanellato un paio di titoli divenuti presto e giustamente cult, ma che grande cineasta, in tutta franchezza, non è mai stato) è divenuto manifestamente la copia della copia di sé stesso.

Anzitutto, questo è un film vetusto, che fa sfoggio del digitale e di (spesso pessimi) effetti ultra-moderni ma che è nato vecchio se non già morto; è difatti più che legittimo domandarsi, guardandolo, in che modo questa nuova, esangue e letargica versione delle imprese del condottiero illustre dialogherebbe col presente, e chi mai potrebbe interessarsi, oggi, ad un’operazione di questo tipo.

L’approccio utilizzato potrebbe essere molto sinteticamente riassumibile in: unisci i puntini. Assistiamo infatti all’intera vita di Napoleone Bonaparte condensata e accompagnata da stolide didascalie alla stregua del peggior bigino, totalmente incapaci di soggiogarci ma colpevoli, al contrario, di lasciarci freddi e inerti dinnanzi a uno spettacolo turgido, manicheo (con tanto di Rupert Everett cattivone ringhiante nel finale, sic!), enfatico, molesto, che può fregiarsi forse, a dispetto dell’orribile e sommamente caotico primo assalto notturno, di alcune (comunque mediamente tediose) sequenze di battaglia discretamente gestite (sicuramente Austerlitz): ma, ecco, può essere ciò sufficiente?

Tutto tradisce un’infingardia tetra e una mancanza d’entusiasmo sconvolgente: non ci si appassiona nemmeno per un istante alle vicende umane e private del generale e della consorte Giuseppina, interpretati da un sonnolento Joaquin Phoenix e da una pur brava ma sprecata Vanessa Kirby: e questo per il semplice fatto che non sono personaggi minimamente delineati. In particolare, gli scambi e i momenti intimi fra i due, che procedono nel claudicante tentativo di smitizzare, quando non sbeffeggiare, la figura dell’imperatore, sono ridicoli, grevi, goffi, sgraziati: oltre a lasciar palesemente intendere, con grezzi e marchiani stacchi di montaggio, che sia stato girato parecchio materiale in più che il furbo Scott (notizia fresca) promette di proporre nella puntuale versione di quattro ore e mezza (Dio ce ne scampi!) destinata alla piattaforma del colosso Apple (che produce e non ha problemi a fronteggiare prevedibilissimi fallimenti economici).

Il film alterna dunque scolasticamente e senza grazia, con eleganza burina, ammantato da una coltre grigiastra che spegne ogni già labile entusiasmo e interesse, queste due componenti: battaglia e privato, intimo e dimensione storica, senza mai convincere e ammorbandoci ad ogni occasione con le solite musiche invadenti quando non grossolane e fuori luogo (un marchio di fabbrica) e con la canonica fotografia plumbea, patinata, gelida od ocrata purché sempre rigorosamente opprimente e senza dubbio voluta da Scott stesso di Dariusz Wolski (momenti in cui si rimpiange seriamente la sfolgorante consistenza della pellicola), che altro non può fare che lasciarci addosso, ancora una volta, un’intollerabile sensazione di soffocamento ottundente, portandoci a bramare con la mente e la memoria le immagini di tanto cinema passato e migliore, perplessi ma in fondo poco sorpresi perché ben conosci della mano pesante e dei limiti di sguardo di chi l’ha realizzato (non c’è dubbio, almeno a detta di chi scrive, che sia questa l’opera peggiore del regista da parecchio tempo a questa parte: il che è tutto dire…).

E non si parli di inesattezze storiche (per quanto certamente risibili), ché la verosimiglianza è il metro di giudizio degli stolti, di chi guarda il dito e non la luna: ma, piuttosto, del fatto che ogni scelta tradisce una povertà d’immaginario e una svogliatezza che fa spavento (si ricalca pigramente e senza intelligenza persino il celebre dipinto Bonaparte davanti alla Sfinge di Jean-Léon Gérôme: l’enigmaticità, la concretezza, la profondità e la meraviglia da una parte; la dozzinalità digitalizzata, piatta e triviale dall’altra), che è girato e messo in immagini in maniera pedestre e scritto malissimo, popolato da personaggi bigi e senza spessore, pieno zeppo di dialoghi atroci e imbarazzanti senza emozione né verità (non parliamo di mistero): e che non è possibile non domandarsi, per tutte le estenuanti, insostenibili e irrespirabili due ore e mezza di durata, per quale ragione al mondo dovremmo emozionarci per i tira e molla di questa coppia o per i trascorsi di un uomo che nella realtà dei fatti – quello sì: è questo il problema – ha cambiato realmente il corso della Storia (e ce ne voleva, per render così poco affascinante una materia così ricca, complessa e incandescente…).

Ora, nessuno pretende Abel Gance, ma certo il soggetto in questione meriterebbe (davvero tanto) di più. Vade retro.

Voto: 1/4