No Heaven, But Love di Han Jay, la recensione

di Valeria Morini

Se le istanze femministe e la tematica queer sono al centro del cinema di questi anni, non si può dire che No Heaven, But Love non sia pienamente al passo con i tempi. Ma il secondo film della regista Han Jay, presentato nella sezione K-Independent del Florence Korea Film Fest, non è solo un adeguarsi alle tendenze e al dibattito culturale, ma un’opera intensa e profonda, aspra e delicata al tempo stesso.

La protagonista è Ju-young, un’adolescente completamente consacrata al taekwondo, disciplina che però è costretta ad abbandonare a causa di un allenatore severo e violento al limite del sadismo e di un sistema educativo e sportivo dominato dall’ingiustizia e dalla corruzione. La ragazza trova conforto nel rapporto con Ye-ji, orfana che la soccorre dalle violenze delle compagna di squadra e si ritrova in affido temporaneo proprio a casa di Ju-young. Tra le due nasce un’intesa che sfocia ben presto in un dolcissimo sentimento d’amore, una relazione appassionata che tuttavia va tenuta nascosta.

Siamo infatti nel 1999 e, mentre il mondo attende con timore il Millennium Bug, la società coreana è ancora conservatrice, bigotta e maschilista. La scelta di retrodatare la storia ai ’90 è certamente utile per riflettere sui passi avanti che sono stati fatti sia nello sport che nella vita di tutti i giorni (o anche su ciò che non è cambiato) ma forse anche un modo per evitare l’onnipresenza di smartphone e social obbligatoria in una storia ambientata ai giorni nostri.

L’amore tra le due ragazze è come un arcobaleno in un mondo cupo e patriarcale, dominato dalla sopraffazione. Il film denuncia questi abusi (specialmente raccontando pagine davvero sgradevoli dell’ambiente sportivo sudcoreano), ma soprattutto racconta un sentimento universale con la purezza di un tenero e nostalgico racconto di formazione.

Voto: 2,5/4