NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO di Pablo Larraín (2012)

Augusto Pinochet in Cile, fu rovesciata nel 1988 senza spargimento di sangue: bastò un semplice referendum che, partito come bluff del regime dall’esito apparentemente scontato, si trasformò nella più cristallina vittoria della democrazia con il trionfo del no ad altri otto anni di governo militare. Tutto merito di un’eccezionale campagna di comunicazione promossa in tv dalle forze di opposizione.

La Storia si affaccia nuovamente nel cinema di Pablo Larraín, classe 1976, che con No – I giorni dell’arcobaleno chiude la trilogia dedicata al più buio quindicennio vissuto dal suo paese, dopo Tony Manero (2007) e Post Mortem (2010). Il regista abbandona i toni cupi e i colori lividi dei due film precedenti e, nel raccontare con precisione documentaristica la cronaca dello storico plebiscito, ci trascina nell’atmosfera iridescente di una pellicola leggera, non priva di durezza eppure venata di ottimismo, premiata alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2012 e candidata all’Oscar come Miglior film straniero.

Tratto dalla pièce Referendum di Antonio Skármeta (l’autore del celebre Il postino di Neruda), No mette al centro lo sguardo intenso di Gael García Bernal, attore simbolo del cinema “impegnato”: il punto di vista è quello del suo René Saavedra, giovane e talentuoso pubblicitario chiamato a riempire i 15 minuti quotidiani concessi in tv alla campagna del No. Gli spot di René, anziché insistere sul passato e sulle atrocità commesse da Pinochet, regalano al popolo cileno immagini colorate di un futuro più roseo, guarnendole di slogan e jingle inneggianti all’allegria. È spontaneo l’accostamento tra il protagonista e il giovane Che Guevara interpretato da Bernal in I diari della motocicletta: ma questa rivoluzione non si fa sulle barricate, bensì per mezzo del tubo catodico, a colpi di réclame, sfruttando l’estetica della civiltà dei consumi e le strategie del marketing. Agli entusiasti creativi che lottano insieme a Saavedra, Larraín contrappone la banalità del male e il grigio conservatorismo orwelliano dei burocrati del regime, la cui più squallida incarnazione è costituita dal Lucho Guzmán di un sempre maiuscolo Alfredo Castro (protagonista dei due precedenti film del regista).

Tanti e tali sono i filmati di repertorio inseriti nel film, a partire dagli spot originali della campagna, che Larraín ha pensato a un espediente curioso per amalgamarli con le sequenze filmate ex novo: ha girato con un’autentica telecamera dell’83 con sistema U-Matic e in formato 4:3 (i titoli di coda ricordano quelli dei programmi televisivi), ottenendo immagini spesso sovraesposte e sgranate. Una fotografia volutamente “brutta”, che offre un valore estetico tutto particolare a un film non sempre entusiasmante, eppure sincero, dal sapore naturalistico, profondamente capace di restituire lo spirito dell’epoca.

 

Voto: 3/4