NON È UN PAESE PER GIOVANI di Giovanni Veronesi (2017)

 

Quante possibilità lavorative ha oggi un giovane in Italia? I dati parlano chiaro: ogni anno oltre 100 mila ragazzi lasciano il Belpaese per trasferirsi all’estero in cerca di un avvenire migliore. È l’amaro scenario che, parafrasando Cormac McCarthy e i fratelli Coen, ha fatto nascere il tormentone per cui l’Italia Non è un paese per giovani, da cui il titolo dell’ultimo film di Giovanni Veronesi. Il regista toscano racconta un pezzetto di questa realtà attraverso le vicende di tre ventenni – Sandro (Filippo Scicchitano), Luciano (Giovanni Anzaldo) e Nora (Sara Serraiocco) – che scelgono l’assolata Cuba come terra promessa di un nuovo inizio.

Il titolo, in realtà, è lo stesso di una trasmissione radiofonica condotta dallo stesso Veronesi (con Massimo Cervelli) su Radio2, in cui il regista ascoltava le testimonianze di ragazzi fuggiti oltreconfine alla ricerca di soddisfazioni professionali, stipendi non sottopagati e, perché no, più elevate condizioni di vita. Peccato che proprio la scelta di partire da un tema, anziché da una storia (che dovrebbe essere la base di ogni film, anche del più socialmente impegnato) sia il tallone d’Achille che rende la pellicola un oggetto interessante sulla carta ma sfilacciato e didascalico nella realtà dei fatti. Così, il tema della migrazione forzata da una nazione priva di opportunità si affaccia in continuazione nel corso del film sino a diventare ridondante e ripetitivo, mentre la narrazione zoppica e si incarta progressivamente, peraltro accompagnata dalle musiche eccessivamente banali e retoriche di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro.

Veronesi vuole raccontare la nuova generazione ormai lontana dalle utopie dei padri (che si tratti del comunismo proletario o quello intellettuale), alla ricerca di una propria identità post ideologica. Ecco perché Sandro, Luciano e Nora non sono a Cuba per accarezzare gli ultimi scampoli di socialismo bensì per coltivare i frutti proto-capitalisti (il tanto desiderato wi-fi concesso col lumicino dalle concessioni governative) in una terra vergine dove troveranno chi una nuova chance, chi un rifugio dopo una tragedia personale, chi uno sfogo alla propria pulsione autodistruttiva. Tanta, troppa carne al fuoco in un’opera che gira clamorosamente a vuoto nella seconda parte (il segmento con Nino Frassica risulta scollato e sostanzialmente inutile all’economia del film) e si perde in lungaggini e stereotipi. Spiace, perché le interpretazioni sono convincenti – bravi Scicchitano e Anzaldo, ma la vera sorpresa è la Serraiocco – e la fotografia di Tani Canevari valorizza gli splendidi scenari dell’Avana e dintorni. È la condanna del cinema italiano: cercare di essere ribelle, scanzonato e profondo, per poi rivelarsi semplicemente buonista, ritrito e superficiale. 

Voto: 1,5/4