Odissea di Christopher Nolan, la recensione
di Valeria Morini
“Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò…”. Da Omero a Christopher Nolan il passo è lungo migliaia di anni, ma la scelta del regista britannico di riadattare l’Odissea conferma come il poema epico sia davvero immortale, senza tempo e sempre attuale.
Forse perché quello del nostos (νόστος), il ritorno, è uno dei temi più cari al regista britannico, che ne ha fatto uno dei fil rouge del suo cinema. Come Ulisse, anche il Cobb di Inception o il Cooper di Interstellar vogliono tornare a casa, e le parabole di quei viaggiatori sono a tutti gli effetti delle “odissee” che in qualche modo hanno anticipato il futuro incontro di Nolan con l’epos omerico.
Preceduto da molte polemiche divenute virali sui social, dalla Elena colored di Lupita N’ùyong’o all’armatura futuristica di Agamennone (legittime, ma da farsi solo DOPO aver visto il film), Odissea è dunque la pellicola più chiacchierata del 2026 e, come ogni lavoro di Nolan, circondata dalla allure del film evento, anche per la scelta di girare per la prima volta interamente con cineprese IMAX 70 mm, che permettono una risoluzione e un formato cinematografico al massimo delle possibilità. Al di là di questi aspetti tecnici che pongono Nolan ancora una volta tra i massimi sperimentatori del cinema contemporaneo, com’è, alla fin fine, questa trasposizione omerica che arriva dopo un alto numero di illustri predecessori (dall’Ulisse con Kirk Douglas alla miniserie Rai del ’68, da quella di Končalovskij fino al recentissimo Itaca – Il ritorno di Uberto Pasolini con Ralph Fiennes)?
Nella trama la fedeltà è sostanziale, al netto di alcune assenze abbastanza clamorose forse per problemi di durata (Nausicaa e i Feaci, il padre Laerte), e di qualche modifica radicale (alcuni elementi negli incontri con Polifemo e Circe). Al tempo stesso, la rivisitazione nolaniana è estremamente personale per come ci mostra un Ulisse (Matt Damon) non solo ingegnoso e astuto ma fragile, che tende a errare in entrambi i significati del termine (vagare e commettere sbagli), e per certi aspetti più virtuoso (soprattutto nella fedeltà a Penelope) rispetto all’originale omerico.

Oltre al già citato nostos, il vero tema centrale del film si riallaccia direttamente al precedente film di Nolan, Oppenheimer: la fine della civiltà, temuta nel biopic con Cillian Murphy come rischio connesso al lancio dell’atomica e che qui si compie a tutti gli effetti con la distruzione di Troia, vero elemento fondamentale del film che segna la morte di un’era (quella micenea) cui però seguirà una rinascita e l’inizio di un’altra epoca.
La rilettura, che rielabora in una chiave squisitamente nolaniana elementi arcaici come la legge dell’ospitalità o la necessità di onorare i morti, è certamente riconducibile al presente, dove lo spettro di una distruzione totale che Oppenheimer e Odissea ci prospettano suona drammaticamente attuale in una contemporaneità sempre più contraddistinta da conflitti infiniti, cambiamento climatico ed istituzioni in crisi.
Tutti elementi interessanti e che si inseriscono in un percorso autoriale sempre coerente, ma che non risolvono un film che non riesce a dirsi totalmente riuscito ma zoppica in diversi momenti e fattori. In un cast stellare che pare cucito insieme per ragioni di marketing, dove la faccia più giusta è la Penelope di Anne Hathaway e le altre star (da Tom Holland a Zendaya, da Charlize Theron a Robert Pattinson) sfilano come su un red carpet lungo tre ore, Odissea è un grande calderone diviso in sequenze che talora lasciano un buon impatto visivo, tal’altra lasciano indifferenti o addirittura deludono.
Non mancano buoni momenti, soprattutto nell’ultima ora divisa tra l’assedio di Troia e il ritorno a Itaca, ma quasi tutta la parte del viaggio, quella che dovrebbe essere l’anima meravigliosa e picaresca del film, arranca tra effetti speciali ridotti e alternati ad animatronic (forse la maggior parte del budget è andato a finanziare le costosissime cineprese giganti), col risultato che le già citate sequenze di Polifemo e di Circe, ma anche quella dei Lestrigoni, risultano francamente raffazzonate, mentre di Scilla e Cariddi vediamo pochissimo (un minimalismo, questo, che risulta utilizzato meglio nella scena delle Sirene e in quella molto dark e quasi horror dell’incontro con i defunti). Un kolossal (volutamente) poco spettacolare insomma, che però anche nei dialoghi non sempre funziona e che nel comparto costumi mescola suggestioni di epoche diverse in modo talvolta discutibile, peraltro regalandoci una conclusione lontana sia dall’originale che dalla nota reinterpretazione dantesca di Ulisse.
Anche non volendo prestare il fianco ai puristi che storcono il naso davanti a determinate scelte (perché poi eliminare il personaggio di Achille, fondendolo in sostanza con quello di Agamennone?), Odissea è semplicemente un film riuscito a metà e in cui si fatica a trovare davvero il cuore, la carne, l’emotività. Il tempo ci dirà se, oltre al battage mediatico che ne ha circondato l’uscita e i grandi incassi, sarà davvero un film che resterà nella Storia del cinema.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
