Orfeo di Virgilio Villoresi, la recensione

di Valeria Morini

Il mito di Orfeo influenza da sempre il cinema e l’arte in generale, storia archetipica sull’amore che dura oltre i confini terreni e sulla difficoltà di elaborare il lutto e accettare la perdita. Da Virgilio e Poliziano a Jean Cocteau e Marcel Camus, il viaggio all’inferno per ricongiungersi all’amata Euridice viene ora ripreso da Virgilio Villoresi, regista, animatore e artista visivo che si rifà, più che alla radice arcaica del racconto, alla rivisitazione di Dino Buzzati con Poema a fumetti, tra le prime graphic novel di sempre.

Curioso che il regista porti il nome del poeta che raccontò lo stesso mito orfico nelle Georgiche e che guida Dante nella Divina Commedia: questo Orfeo, oltre che buzzatiano, è anche un film molto dantesco, una storia di amore e discesa all’inferni simbolista che trova il suo punto focale, nonché il motivo principale del suo fascino, nella sperimentazione visiva tra animazione e live action, che si fa radicale e assoluta.

Pare un film uscito da altri tempi, riconducibile a un passato remoto e al tempo stesso un oggetto alieno venuto dal futuro. Difficile anche definirlo un “film” a tutti gli effetti, dal momento che Orfeo è meglio riconducibile a un mix tra cinema e videoarte totalmente avulso da una distribuzione regolare (è infatti in un numero di sale selezionate, dopo essere stato presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e al Lucca Comics & Games).

La storia d’amore poetica e dolcissima tra il pianista Orfeo (Luca Vergoni) e la misteriosa Eura (Giulia Maenza), condannata a un destino di morte prematura, si snoda tra una Milano stilizzata e fiabesca e un Aldilà onirico, fantasmatico, grottesco, con qualche tocco di erotismo, che nel trasformare in immagine in movimento le vignette visionarie di Buzzati sembra citare l’ultimo secolo di arte e animazione in tutte le forme possibili immaginabili e al tempo stesso ne cerca di nuove.

L’immersione in questo mondo ultraterreno dove tutta l’abilità di Villoresi si esprime in un’opera allegorica orgogliosamente e splendidamente artigianale è un viaggio davvero affascinante, per quanto in parte inficiato da qualche fragilità narrativa e da una recitazione scolastica (per quanto volutamente straniante), da parte del cast (nonostante la presenza di Vinicio Marchioni in un piccolo cameo). Un film indipendente strano, curioso, decisamente ostico e non adatto al pubblico mainstream, ma che esplora il potere dell’immagine e della fantasia come motori per creare mondi meravigliosi e terribili. Lo prendiamo come un esordio imperfetto, aspettando la prossima opera di Villoresi per vederlo tirare fuori tutto il suo talento.

Voto: ★★½/☆☆☆☆