Palestina 36 di Annemarie Jacir, la recensione
di Valeria Morini
Per capire l’attualità è sempre fondamentale guardare al passato, alla Storia. Palestina 36 torna alle origini del lancinante conflitto mediorientale raccontando i prodromi che hanno portato alla Nakba e alla nascita dello Stato di Israele. Annemarie Jacir, prima regista donna palestinese, è nata a Betlemme e cresciuta anche in Arabia Saudita e Usa nonché esule in Giordania per anni. Con già tre lungometraggi alle spalle, realizza il suo film più ambizioso: un grande affresco storico ambientato per l’appunto nel 1936.
La Palestina è ancora sotto il mandato britannico, che favorisce l’immigrazione di sionisti e, di fronte alla scoppio della grande rivolta araba, opprime la popolazione con ferocia. In questo clima ribollente che spiega gran parte delle problematiche tuttora esistenti tra israeliani e palestinesi, seguiamo le vicende di alcuni personaggi di diversa estrazione sociale: il giovane Yusuf, proveniente da un villaggio di contadini, che lavora in città per il ricco giornalista Amir; la moglie di quest’ultimo Khulud, anche lei giornalista ma costretta a operare sotto pseudonimo maschile; la famiglia di Yusuf e la vicina Rabab, di cui Yusuf è innamorato. A loro si aggiungono diversi personaggi di contorno, come il sacerdote cristiano del villaggio, gli operai scioperanti e i militari britannici tra cui solo Thomas, segretario dell’Alto Commissario, sembra avere empatia per i palestinesi. Fedi e culture differenti, un unico destino: le vite di tutti quanti vengono travolte dagli eventi, che porteranno a una pagina sanguinosa nella storia mediorientale.
Film corale e sontuoso, Palestina 36 è piuttosto imponente nella sua ricostruzione storica, un po’ leccato e decisamente convenzionale dal punto di vista cinematografico e vicino al racconto d’appendice o alla fiction televisiva, ma comunque salvato dalle ottime intenzioni di esprimere tutta la sofferenza del popolo palestinese in un secolo di sottomissione.
Sicuramente è un film fazioso, nel senso che racconta un unico punto di vista, ma prova a spostare l’attenzione dalla mera dicotomia ebrei/arabi con un discorso più ampio che risale alle radici del fenomeno. L’occupazione sionista è infatti appena accennata in una sequenza, che peraltro ricorda le agghiaccianti immagini contemporanee provenienti dalla Cisgiordania, ormai finalmente sdoganate su telegiornali e social anche grazie al documentario No Other Land. Per il resto dei coloni ebrei si parla pochissimo e il vero obiettivo è esplicitare tutta la responsabilità dei britannici, sia negli intenti che nei metodi. Le crude sequenze delle brutalità commesse dai militari – fatti i dovuti distinguo, nemmeno così lontane dalle persecuzioni naziste che negli stessi anni avvenivano contro gli ebrei – sono infatti certamente i momenti più intensi di una pellicola cui non mancano emozioni forti. Insomma, la Jacir ci dice che sono il colonialismo e le scelte occidentali la causa di gran parte dei mali che ancora oggi insanguinano un territorio tanto martoriato.
Nel cast, anche la più nota attrice palestinese, Hiam Abbas, e Jeremy Irons, nei panni di Arthur Grenfell Wauchope che fu Alto Commissario britannico fino al 1938.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
