PARADISO AMARO di Alexander Payne (2012)

Descendants,' With George Clooney - Review - The New York Times

Parlando di Paradiso amaro appare necessario introdurre, per la prima volta su queste pagine, l’argomento delle curiose scelte “titolistiche” fatte dalla nostra distribuzione per le pellicole straniere.

The Descendants, l’interessante titolo originale, centrava pienamente quali sono i principali contenuti di un film costruito sull’eredità, morale e geografica, pendente sulle anime dei personaggi più giovani; Paradiso amaro focalizza invece l’aspetto più banale e scontato che l’importante lavoro di Alexander Payne si porta dietro.

 

Il film è una commedia amara, con momenti ironici uniti ad altrettanti drammatici, e si vede subito.

È ambientato alle Hawaii. Il paradiso terrestre.

 

 

 

Più semplice di così: Paradiso amaro. Per non rischiare che gli spettatori non sappiano, didascalicamente, quello che stanno andando a vedere.

Ma andiamo a un film il cui valore è ben più stimolante di questa da decenni inascoltata polemica: Paradiso amaro racconta la vita di Matt King, erede di una ricca famiglia hawaiana, marito e padre da sempre indifferente e distante dalla sua famiglia. Da quando la moglie Elizabeth, a causa di un incidente, è caduta in un coma profondo dal quale non si risveglierà, Matt si troverà costretto a riavvicinarsi alle sue figlie e a progettare un nuovo futuro.

 

Dopo i già notevoli A proposito di Schmidt (2002) e Sideways (2004), Alexander Payne centra nuovamente il bersaglio con questa pellicola che, dietro momenti e situazioni apparentemente leggeri, nasconde un’intensa riflessione sui rapporti familiari e sulla necessità dell’uomo contemporaneo di appoggiarsi a degli affetti concreti per poter sopravvivere.

Seppur il soggetto possa apparire semplicistico, il film riesce a risultare avvincente non solo per la sempre coerente messa in scena di Payne, ma anche per una suggestiva sceneggiatura, costellata da inaspettate svolte narrative: in primis la scoperta di Matt della relazione extraconiugale della moglie, pronta a chiedere il divorzio prima dell’incidente, e la relativa ricerca dell’uomo con cui lo tradiva.

   

La vittima, morente e abbandonata, si trasforma così nella “cattiva” della famiglia: uno slittamento, viste le sue condizioni, tutt’altro che insignificante nella ricezione che lo spettatore può avere della figura del, poco affettuoso  ma fedele, personaggio protagonista.

  

Intorno a questa storia, di ricerca del presente e di riscoperta del passato, ci sono delle Hawaii molto diverse da quelle suggerite dal titolo italiano.

Lasciate perdere il paradiso: in questo caso il noto arcipelago dell’Oceano Pacifico funziona più da testamento esistenziale che da sfondo cartolinistico.

  

Matt King, interpretato da uno straordinario George Clooney (meritevole, più di chiunque altro, del premio Oscar) mai così trattenuto e in parte, sparge le ceneri della moglie, ma non riesce a farlo con quelle della sua terra. Seppur la prossimità della morte, sua, dei valori dei suoi avi e, soprattutto, di quel luogo definito da Mago Merlino un “guazzabuglio moderno”, si senta in ogni singolo fotogramma di questo malinconico film. Per chi riesca a vederla, seppur celata dietro a una palma oppure nascosta tra le pieghe di una camicia a fiori.