PARKLAND di Peter Landesman (2013)

locandina-parklandCi sono momenti storici condannati a restare indelebili nella coscienza di una nazione: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, 11 settembre a parte, è probabilmente l’evento che ha influenzato maggiormente la storia degli Stati Uniti. A cinquant’anni esatti di distanza dal quel 22 novembre 1963, arriva in concorso a Venezia 70 Parkland, firmato dall’esordiente Peter Landesman.

Ispirato al libro Reclaiming History: The Assassination of President John F. Kennedy di Vincenzo Bugliosi, il film racconta il momento dell’attentato e gli eventi dei giorni immediatamente successivi attraverso molteplici punti di vista: i medici e infermieri del Parkland Hospital, dove vennero ricoverati sia Kennedy che successivamente Lee Harvey Oswald, gli agenti dell’FBI di Dallas e del servizio di sicurezza presidenziale, il cineamatore che filmò l’evento e i familiari dello stesso Oswald.

Siamo lontani anni luce dal cinema d’inchiesta alla JFK di Oliver Stone. All’autore non interessano le teorie della cospirazione che da anni tentano di dipanare il mistero, quanto restituire ogni attimo di quei giorni in cui l’America perse la propria innocenza, attraverso le voci, il sangue e le lacrime dei testimoni diretti, che si mescolano al contributo di diverse immagini di repertorio.

L’impianto narrativo rispecchia piuttosto quello di Bobby di Emilio Estevez, passato proprio al Lido nel 2006, che si concentrava invece sulla morte di Robert Kennedy. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’opera corale, ma con una differenza sostanziale: i personaggi sono tutti – o quasi – autentici e ogni momento tende a ricostruire con assoluta fedeltà la realtà storica (mostrando, in questo, più affinità con Thirteen Days). E proprio come Bobby, Parkland ha un cast ricco di star provenienti da grande e piccolo schermo, tra cui spiccano Paul Giamatti, Marcia Gay Harden, Zac Efron, Billy Bob Thornton, Jackie Weaver e Tom Welling.

Impeccabile nel rigore della ricostruzione cronachistica, il film soffre tuttavia di diversi limiti. Al di là del fatto che il moltiplicarsi degli sguardi impedisce giocoforza un vero approfondimento psicologico dei singoli (contrappasso obbligato di molti film corali, a meno di non chiamarsi Robert Altman o Paul Thomas Anderson), il film ha una prima parte concitata e coinvolgente ma cala poi in ritmo e interesse, risultando alla fine qualcosa di più simile a una produzione televisiva di qualità che a un’opera per il grande schermo. Considerando tutto quello che è stato scritto, detto e girato sull’attentato di Dallas e sul personaggio JFK, è pertanto lecito interrogarsi sull’effettiva utilità di questo film, che è certamente una buona occasione per ripassare una pagina fondamentale della storia non solo americana, ma non per questo ci pare meritevole di essere inserito tra le opere degne di concorrere al Leone d’Oro.

Voto: 2/4