Past Lives di Celine Song, la recensione

di Mirta Tealdi

Past Lives, film d’esordio della regista sudcoreana Celine Song, è un film semiautobiografico. Apprezzato dalla critica, ha ricevuto cinque candidature ai Golden Globe e due ai Premi Oscar. I protagonisti sono Na Young e Hae Sung, due giovani compagni di scuola di dodici anni (numero simbolicamente importante perché ogni dodici anni ci sarà un riavvicinamento). I due ragazzini sono inseparabili, teneramente legati ( i caratteri vengono subito tratteggiati: Na Young è competitiva e indipendente, mentre Hae Sung è dolce e paziente) e passano la maggior parte del tempo insieme mentre tornano a casa da scuola o giocano nei parchi della città di Seoul di cui la Song fa belle vedute con inquadrature angolate e ripide.

Ma a dodici anni i genitori di Na Young (Il cui padre è regista ) decidono di emigrare in Canada. Tutto il mondo di Na Young, che cambierà il suo nome in Nora Young, finisce in un battito ed è costretta a lasciare il suo amico, impreparato e ammutolito dal dispiacere.

Il film (diviso in tre parti con un intervallo temporale di dodici anni tra ogni evento che riavvicina i due protagonisti) è un piccolo ingranaggio mosso dalla bravura dei due attori principali Greta Jiehan Lee e Teo Yoo. Bravo anche John Magaro che interpreta Arthur, il marito di Nora. Una recitazione alla Actor’s Studio che si basa sulla spontaneità degli attori i cui sentimenti vengono rivelati più che da azioni eclatanti, da piccoli avvicinamenti, malcelati imbarazzi e pensosi silenzi. Persone reali alle prese con il disordine delle loro emozioni. Una recitazione intima e sensibile velata da un minimalismo orientale.

Il concetto di predestinazione che in coreano si dice in-yun viene spiegato ad Arthur da Nora e permea tutto il film e il rapporto con Sung. Il legame tra lei e Sung secondo la credenza coreana, proviene da anime che si “conoscono” da vite precedenti. Un concetto religioso buddista che muove come un vento leggero le vite delle persone, così come può accadere con uno sconosciuto con cui i nostri abiti vengano per un attimo delicatamente a contatto per strada. E’ qualcosa che non si cerca ma che accade. Quello può essere in-yun. E sicuramente è quello che lega i due giovani da oltre trent’anni.

Accanto a questo tema affascinante, strettamente connesso e non secondo in ordine d’importanza, c’è quello dell’esule, di chi è emigrato dal proprio paese d’origine, che riguarda Nora. La donna affronta un graduale distacco dalla propria cultura per cercare di costruirsi una nuova vita e identità in un luogo lontano sia geograficamente che culturalmente e che poi una volta assimilato crea un’inevitabile distanza con le proprie origini e le proprie radici. Riuscirà Nora a trovare il suo “posto “ definitivo sia nei percorsi del cuore che della vita reale e a tagliare l’ultimo cordone con quella piccola sconosciuta cui sia lei che Sung sono rimasti caparbiamente aggrappati? Dovrà per questo ascoltare senza paura il suo in-yun.

Un film delicato e sensibile che essendo autobiografico trasmette l’importanza che il soggetto ha per l’autrice, ma il tono minimalista e introspettivo assunto durante tutta la pellicola se da un lato ne rappresenta il pregio, ad esempio nel non cadere nello scontato di un possibile ménage a trois , dall’altro, con una sceneggiatura prevalentemente appoggiata alla recitazione e alla sensibilità degli attori, rischia di perdere talvolta un po’ di energia e pathos.

Un esordio interessante di un’autrice che ripercorrendo il proprio passato, con questo film ha trovato il suo obiettivo, diventare filmmaker ritagliandosi il proprio posto nel mondo.

Voto 2,5/4