Patagonia di Simone Bozzelli, la recensione

di Valeria Morini

Cinema anarchico, liminale e fisico quello di Simone Bozzelli, che con Patagonia firma un esordio originale e vibrante, senza star ma con la capacità di tirare fuori il meglio dai suoi giovani attori. Visto a Locarno 2023 prima dell’approdo in sala, racconta la storia di Simone, ventenne leggermente naif che dall’ambiente provinciale in cui vive con le zie fugge per seguire Agostino, clown delle feste di bambini che vive ai limiti della società.

Girovago anticonformista e privo di radici, il giovane lo trascina in un’esperienza ambigua e lo porta con sé in una sorta di comunità hippie. Non siamo però al Burning Man nel Nevada ma in un Abruzzo inedito e desolato, con i due protagonisti che sognano di partire per la Patagonia, un po’ come in Happy Together di Wong Kar Wai.

Tra slanci di omoerotismo che restano in bilico tra attrazione e amicizia malata, Patagonia racconta di un rapporto basato sulla manipolazione, il possesso ai limiti , rappresentato con una regia coraggiosa da Bozzelli (già autore di corti e del videoclip di I Wanna Be Your Slave dei Måneskin) e incarnato con sorprendente freschezza dai bravissimi protagonisti Augusto Mario Russi e Agostino Andrea Fuorto.

Voto: 2,5/4